I miracoli di don Matteo: con Orlando e Grasso una super coalizione per conquistare Palazzo D’Orleans

Sembra trascorsa un’era geologica dalla sconfitta del referendum costituzionale, l’epilogo da molti sperato della stagione di Matteo Renzi. Invece è arrivata la rassicurante vittoria delle primarie del Pd e il riconoscimento di una leadership che non può essere messa in discussione. Se poi spostiamo lo sguardo verso sud non si tratta di successi ma di miracoli. Ha riportato il partito nell’orbita di Orlando facendolo uscire dal più insidioso degli isolamenti, ha partecipato al banchetto dei vincitori a Palermo, ha creato le condizioni per la candidatura di Piero Grasso alla presidenza delle Regione disattivando, nello stesso tempo, l’ira di Crocetta il cui residuo consenso può tornare utile per vincere la più importante delle partite. E, miracolo dei miracoli, è riuscito a ricucire un rapporto personale con Orlando, operazione avviata prima del voto con il Patto per Palermo (e la relativa pioggia di milioni in partenza da Roma), e continuata proprio nei giorni immediatamente successivi all’11 giugno.
Renzi ha compreso, ancora prima dell’apertura delle urne, quanto sia indispensabile la Sicilia su scala nazionale e per questo ha aderito alla richiesta del sindaco di Palermo. “I partiti devono fare un passo indietro” è il mantra di Orlando e del resto la formula delle liste civiche, seppure di ispirazione partitica, a Palermo ha consentito la rielezione del sindaco nonostante il suo personale calo di popolarità (il differenziale del prof rispetto alle liste è stato per la prima volta ben al di sotto del 10%).
Un giochino che permette la convivenza di esperienze altrimenti restie a rimanere coese. Il problema lo pongono, soprattutto, le aree moderate, proprio quelle che nel capoluogo hanno ancora un forte bacino di consenso ma non hanno più il contesto in cui esprimerle. Il riferimento è agli uomini di Alfano, ma anche ad una parte dei seguaci di Cardinale e Lentini. Trovata la formula, mancava il conducator, un altro Orlando in grado di distribuire le carte e tenere a bada i personalismi. E chi meglio di Piero Grasso, grazie alla cui storia – particolare non secondario – si potranno tenere lontano dalle ambitissime liste quei personaggi border line che aspirano ad uno dei 70 posti nel paradiso dell’Ars.
Renzi con le candidature dei siciliani ci ha sempre preso: 5 anni fa Grasso al Senato, poi Mattarella al Quirinale, mettendo l’opposizione nella scomoda posizione di non poter fiatare. Pescare nell’area moderata gente con le carte in regola porta, infatti, questi vantaggi. E con grande tempismo don Matteo ha concesso il bis riuscendo a convincere il Presidente del Senato ad accettare la candidatura e offrendogli in cambio la più ampia platea a sostegno e la garanzia di liste “immacolate”.
Rimbalza da Catania (dove opera Enzo Bianco, tra i primi a chiamare in causa Grasso) la notizia che sarebbe soltanto questioni di giorni e la riserva sarà sciolta. Del resto, nei giorni scorsi, si erano colte alcune sfumature che indirizzavano verso la candidatura. Oggi Renzi la disponibilità di Grasso l’avrebbe già incassata. Peraltro anche Orlando poco avrebbe da obiettare perché riconosce al Presidente del Senato capacità di mediazione e l’ambizione di lasciare una ben evidente orma sulla politica siciliana. Per Orlando come per Grasso – lo evidenziano le ragioni anagrafiche – non ci sarà futuro ma solo presente. Quel presente chiamato a seppellire ancora più in profondità le distanze ideologiche in una terra che ha sempre avuto la tendenza al cesarismo. E forse sarà per questo che Renzi con i siciliani ragiona bene.

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