Non possiamo dimenticare la notte prima e il primo giorno degli esami

La notte prima degli esami è stata una notte davvero banale. Niente di epico, nessuna frase da ricordare, pochissimo alcool, la compagnia di qualche compagno di classe, ma neanche dei più intimi perché l’ultimo anno aveva già prodotto quella divisione che sarebbe stata quasi definitiva da lì a qualche mese. Delle tracce dei temi mi ricordo che non si parlò quasi mai. Non era quella l’insidia principale, due giorni dopo c’era la versione di greco che veramente levava il sonno.

La notte prima degli esami arrivò quasi all’improvviso dopo una giornata di mare, un pomeriggio di cazzeggio e la cena in una piccola casa di Mondello. Persino la colonna sonora fu poco memorabile: Songs in the key of my life, una delle cose migliori di Stevie Wonder ma lontano anni luce dal rock che girava abitualmente sui nostri piatti. Della solita compagnia di giro mancavano due pezzi importanti. All’assenza di Giuseppe, che adesso fa l’avvocato, ci si era ormai abituati perché la fidanzata – peraltro la compagna più brava – gli consentiva un rapporto, per così dire, diradato con il gruppo. Mai guai a lamentarsi, perché Loredana passava la versione di greco… Filippo lasciava un vuoto imbarazzante, specie quando si rimaneva tra maschietti il suo cazzeggio era inarrivabile. Lo stesso vuoto con cui facciamo i conti da tanti anni, da quando cioè la malasorte ha deciso di privarci per sempre del piacere della sua compagnia. Allora preferì anche lui la fidanzata, altra adorabile compagna, che quell’anno gli regalò sei mesi di vita normale.

La nostra notte passò tra grandi silenzi, senza malinconia e senza vitalità. Il gioco lo conduceva Alessandra, capiva il momento e dispensava coccole prive di sottintesi. C’era una familiarità in quei comportamenti che non ho mai più provato. E dire che se non fossero stati miei compagni di classe probabilmente non saremmo stati  amici neanche per un giorno. Il rito della passata delle sigarette di mano in mano, ad esclusione di Renato allora intransigente, oggi tabagista; la capacità di Roberto di dire sempre la cosa che t’aspetti e proprio per questo compagno di infinite confessioni; i silenzi carichi di pensieri di Ernesto a cui stupidamente invidiavamo un’autonomia che lui non avrebbe mai voluto avere; lo “straniero”, Riccardo, nella nostra classe nonostante appartenesse ad un’altra scuola e la cui specialità era quella di farsi interrogare in arte al posto dell’assente di giornata di cui assumeva l’identità.

E poi c’ero io, consapevole che quella era una delle ultime repliche delle tante giornate trascorse in quella assurda posizione: culo per terra e spalle appoggiate sul divano. Contavo i giorni che mi separavano dalla fine degli esami, in attesa di una nuova vita di cui già conoscevo il prologo: avrei abbandonato la compagnia per cominciare a scrivere di sport. Lo stesso giorno degli orali, aggregato tra le terze linee di un quotidiano nazionale. A 18 anni un vero lusso. Dopo 40 anni non so chi per primo ruppe le righe, a dire il vero non so neanche se quella notte sia mai esistita.

Invece ricordo come ieri il giro in macchina finale, da solo, la ronda sotto la finestra di Lidia, un’amata che non mi amò mai, un pensiero romantico che mi ha troppo a lungo accompagnato. E il ritorno a casa, il caricamento del Vape e un sonno non più disturbato del solito. Ricordo com’ero vestito: camicetta celeste di seta indiana, jeans al limite della squalifica, dottor Scholl ai piedi, per fare dispetto ad Armida, il nostro membro interno e stimolatrice di pensieri rivoluzionari.

I capelli sciolti alla Branduardi e non raccolti come promesso. E l’orecchino d’argento da pirata, cosa che nel ’77 non era proprio scontata. I miei furono grandi genitori, mai un’intromissione o una critica. Consigli tanti ma con discrezione. Quella mattina, dallo specchietto retrovisore, vidi mio padre che seguiva la mia 850 special: aveva paura che bucassi una gomma in Favorita e perdessi l’esame. La sua ansia non fu mai la mia, ma oggi da padre la comprendo di più.

Ricordo il testo del tema che scelsi senza avere dubbi, come spesso accade, andando per esclusione. “Il ruolo dell’intellettuale nella società moderna e bla bla bla”. C’era un riferimento a Pirandello che era il confine invalicabile dei programmi ministeriali. Il commissario di italiano era un prete, credo venisse dall’istituto dei salesiani di Roma. La nostra gara era inorridirlo. Credo di essermi piazzato sul podio con la chiusa del tema che ricordo ancora a memoria perché ispirata al repertorio di Giorgio Gaber, per molti un padre spirituale. “La coscienza individuale è un salvagente, quella collettiva è un canotto. La coscienza dell’intellettuale è come l’organo sessuale: o fa nascere la vita o fa pisciare”. Il punto interrogativo che il prete mi mostrò agli orali e che, dall’alto in basso, prendeva tutta la quarta facciata, era il segno del mio trionfo.

Di quel primo giorno di esami ricordo le discussioni all’uscita e le facce di quei tanti rivoluzionari mancati con cui dividevamo le ricreazioni, (magari senza mai scambiare una parola in 5 anni), il calzone al bar Tony e quelle poche canzoni che il buon gusto di Carlo – meraviglioso mediano – selezionava al juke box.

Ricordo le facce di Lucio e Valentino, compagni alle medie e dirimpettai di classe al liceo, di Gianfranco, Giovanni e di tutti i discepoli della professoressa Ruta (acerrimi rivali, loro animatori del cineforum e noi del gruppo teatrale), di Massimo la cui chioma competeva con la mia, di Jimmy, raro esempio di picchiatore regolarmente picchiato, di Salvo, magistrato già al liceo, di Daniele (uno dei nostri miti), pluribocciato perché indispensabile al Collettivo, del trio Daniela – Simonetta – Mary Jo che tanto ha animato i nostri sogni.

Ricordo Dacia e Geraldina, mai esistite due più distanti nella stessa classe, Mimma che teneva  nascosta la futura vena da sindacalista e Nico che non sapeva ancora di portare un cognome impegnativo se scegli a Palermo di studiare legge. E il mitico Ferranti da Carini – da pronunciare senza pause come Alberto da Giussano – oggetto di tante rivendicazioni in assemblea, l’unico che doveva essere autorizzato ad arrivare tardi perché pendolare. Ferranti è stato sempre Ferranti, non ne ricordo neanche il nome. Perché mai avesse scelto il classico e a Palermo è rimasto sempre un mistero.

E  ricordo Flora e Miriam, fidanzate a metà che non avrei più rivisto davanti a quei cancelli, né in altre occasioni. Ma la cosa che mi resta più impressa di quel giorno è la faccia di Paolo – se non sbaglio della sezione G – che racconta serio serio le difficoltà affrontate nel tema di storia: “La prostituzione nella Repubblica italiana è sinonimo di democrazia e civiltà”. E la sua espressione da Charlie Brown quando Francesca, proprio la più bella di tutto il liceo, gli rivelò che il titolo del tema in realtà recitava: “La Costituzione della Repubblica Italiana…”.

La notte prima e il giorno degli esami, al di là degli episodi, rappresentano l’epica di quella stagione. Cari ragazzi, resteranno impressi nella vostra mente come mai neppure potreste pensare. Ciascuno avrà i suoi ricordi e le sue storie da raccontare perché in fondo si tratta dell’ultima pagina del volume primo della vostra vita.

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