La bicicletta di don Vito: come Chimenti conquistò Palermo

Hai voglia di dire che i campionati si vincono con i difensori più forti. Nella testa della gente resta chi fa gol. E a volere essere più precisi, anche indipendentemente da quanti ne fai, ciò che conta è come li fai. Miccoli avrebbe anche potuto segnare la metà dei gol che ha realizzato con la maglia del Palermo ma la prodezza con il Chievo – il tiro al volo da metà campo – si tramanderà di padre in figlio. Oppure il volo a filo d’erba di Tanino Troja contro il Cagliari di Riva, o la rovesciata acrobatica di Santino Nuccio, il pallonetto di Zauli a Vicenza, il tiro a giro di Dybala a Genova, il coast to coast di Vazquez a Bergamo con palombella finale, le voleè di De Rosa e Cavani, proprio nel giorno dell’esordio.

Nell’esecuzione c’è la magia del gol, la classe che si affida all’istinto, la manifestazione del genio in tutta la sua purezza. Il gesto tecnico è la firma d’autore. Nella compagnia di cui sopra c’è posto anche per Vito Chimenti, uno che se fosse nato 30 anni dopo avrebbe lasciato ben altra traccia nel calcio italiano. Centravanti atipico, piccolo ma solido, repertorio non infinito ma efficace quanto spettacolare. Arrivò a Palermo in una stagione particolare. Nel ritiro di Abetone di fatto c’erano due squadre: quella composta dai giocatori che voleva Nando Veneranda e un’altra formata da quelli che la società non riusciva a cedere. Chimenti faceva parte di un’infornata a prezzi di saldi: Iozzia, Lugheri, Conte, Brilli, tutti giovanotti di belle speranze provenienti dalla serie C. E per l’appunto, Vito Chimenti, di mestiere attaccante, dato già per finito a 23 anni dopo un rapido passaggio in serie A nella Lazio. Veneranda lo aveva conosciuto a Matera, nella stagione in cui era allenatore giocatore. Ne parlava come di un fenomeno. Riuscì a convincere Salvatore Matta a prenderlo per quattro soldi, anche perché il numero 9 titolare, Sergio Magistrelli, proprio non gli andava giù (le strane fissazioni degli allenatori…).

Nei suoi piani doveva rappresentare l’alternativa all’ex interista, reo come Brignani o Cerantola di non essere disponibile a lasciare il cervello a casa. Vito ci mise poco a conquistarsi le simpatie dei compagni. In campo potevi massacrarlo di calci e lui mai una parola di troppo. E nemmeno un dribbling in meno, se è per questo. Era l’ultimo a finire gli allenamenti, i portieri si allenavano con lui sui tiri da fermo. Nino Trapani e Lorenzo Frison ci misero mesi per capire che quella strana frase che accompagnava i suoi tiri (che finivano sempre in rete) non era espressione dialettale ma una commistione slang anglo – pugliese. One again detto da un pugliese, un altro ancora: era il suo conta gol. Nella prima amichevole, a Pievepelago, entrò nel secondo tempo e dopo 5 minuti piazzò il suo colpo ad effetto, quella bicicletta che lo renderà famoso in tutta Italia. Giocò bene, fece gol ma si prese lo stesso un cazziatone.

Veneranda, che conosceva il giochino, voleva che lo facesse la prima volta alla Favorita. E Chimenti si adeguò. Per tutto il precampionato niente bicicletta, nemmeno davanti a Paolo Rossi di cui il Palermo profanò il campo nell’esordio in Coppa Italia a Vicenza. Lo aveva promesso e mantenne l’impegno. L’occasione si presentò contro la Juve. Favorita stracolma, dall’altro lato c’è Dino Zoff. Chimenti aspetta la volta buona, la palla che rimane indietro giusto un po’ rispetto al baricentro. E poi via con il tacco a farla passare sopra la testa e con quell’incoscienza assoluta di chi sa di aver segnato ancora prima di vedere la palla in rete, un tiro al volo di destro. “Hai fatto gol, ignorante di un bomber”, è il dio del calcio che glielo sussurra. Il boato della Favorita è solo la conferma.

Da quel giorno Chimenti è idolo assoluto. Di biciclette ne farà altre, di gol ne farà altri, ma quell’impatto fu devastante, perché c’era la Juve e perché nessuno conosceva quel piccoletto che con quel fisico al massimo poteva essere un mediano. Alla fine fu il migliore marcatore del Palermo con 16 gol. La formazione 1977/78: Trapani, Vullo, Citterio, Brignani, Di Cicco, Brilli; Favalli (Osellame), Borsellino, Chimenti, Majo, Magistrelli (Conte). Quell’anno chissà perché non si andò in serie A…

L’addio fu doloroso, come accade spesso con i campioni più amati. Nella stagione successiva segnò 13 gol e trafisse ancora una volta Zoff nella finale di Coppa Italia. Quella partita per lui durò solo 45 minuti, lo colpì Cabrini ad un ginocchio e restò negli spogliatoi. Si disse che lo minacciarono di spaccargli le gambe se fosse rientrato, qualcuno che di Chimenti era il doppio in peso e altezza. Ma questo fa parte delle leggende metropolitane di cui è pregna la storia del calcio. Quelle dicerie, però, corsero di filato sino a Palermo e 4 giorni dopo, per l’ultima partita di campionato contro il Taranto, l’accoglienza non fu delle più benevole. Poco meno di un mese dopo lo cedettero a Catanzaro, per fare cassa. Allora come oggi, sono sempre i migliori che se ne vanno…

Pin It on Pinterest