Uomini contro: Nando Veneranda

Fernando VenerandaHo appena finito di leggere un bellissimo libro del giovane regista romano Andrea Pergolari: “Gringo”. Sottotitolo: “Prodezze salvezze e amarezze di Nando Veneranda”.
E sono così forti le emozioni e i brividi che mi ha provocato, e così belli e talvolta struggenti i ricordi che mi sono tornati alla mente che, per porvi un argine, non posso che scrivere per raccontarveli.

Veneranda arrivò al Palermo, fortemente voluto da Renzo Barbera, che ne aveva sentito mirabilie quando allenava il Matera: “E’ un allenatore giovane – mi confidò Renzo, che a me non nascondeva mai niente, tanto meno le notizie più ghiotte – ma sono sicuro che farà molto bene nel Palermo!”.

Il primo impatto, a dire il vero, non fu entusiasmante. Si presentò alla prima conferenza con quella faccia da duro che tutti ricordate: poche parole autoreferenziali, come se gli costassero chissà che fatica. Insomma, capimmo subito che alle belle frasi preferiva i fatti e che parlare prima e tanto meno promettere non era proprio nelle sue corde. Che erano quelle di un uomo chiuso nei suoi solipsismi, che misurava le parole e metteva il freno ai sentimenti, specie a quelli dolci e rassicuranti.

Per conoscerlo un po’ meglio come persona – ho sempre guardato oltre il professionista, per poi raccontarlo meno banalmente possibile – approfittai della rubrica che tenevo nel magnifico “Palermogol” di Salvatore Taormina, rivista patinata di quegli anni, che avrebbe meritato miglior sorte e, soprattutto, di non finire all’improvviso per mancanza di fondi.

Salvatore mi affidò il compito di conoscere le compagne dei giocatori, andandole a trovare direttamente fra le mura domestiche. E tra le prime che scelsi fu Laura, la bellissima signora Veneranda, che io ribattezzai la “seducente squaw”, compagna del nostro allenatore.

Ebbene, quello che capii di Nando nell’ora scarsa che mi servì per intervistare la sua signora fu una vera sorpresa: del sergente di ferro conosciuto fino ad allora, non c’era traccia alcuna. Fu gentilissimo: caffè e pasticcini e – udite udite – perfino qualche parolina dolce. Tipo: “ Quante zollette di zucchero?” Oppure : “Stai bene così, o preferisci la poltrona?” . E non vi dico quando si rivolgeva a Laura: pendeva dalle sue labbra, gli bastava una sua occhiata per chiedere. “Se sei stanca, dico a Caminiti di fare una pausa”.

Incredibile, come si può cambiare da uomo di casa a uomo di campo. Qui era un martello, picchiava duro sui giocatori se aveva anche solo la sensazione che quello battesse la fiacca . E s’era così, le sue sfuriate non le auguro al peggior nemico. E lasciava il campo solo quando le ombre della sera lasciavano intravedere solo ombre.

Ma dava sempre tutto, senza risparmiarsi mai e spiegava due, tre, dieci volte lo stesso concetto, lo stesso schema di gioco, fino a che non si convinceva che tutti i giocatori lo avessero recepito. Spiegava nel dettaglio ogni errore commesso nella partita precedente e come non ripeterlo nella successiva. E dava sfoggio di preparazione e passione anche nel più piccolo particolare del suo lavoro. Che non finiva mai, neanche nelle ferie estive: se i giocatori se ne andavano al mare lui andava in giro per l’Europa per aggiornarsi e studiare. “Allenare oggi – diceva – non è come dieci anni fa. Oggi devi essere sempre aggiornato su tecnica e tattica, se no sei finito….” . Era solo l’avvio di una lunga, interminabile digressione sulla sua IDEA DI CALCIO (lo scrivo maiuscolo in ossequio alla passione con cui lui credeva nella sua), che “ segue un po’ quello della Nazionale tedesca, fatta di marcatura a uomo in difesa e a zona, a centrocampo”. Insomma, lui andava avanti, almeno per quello che era allora il calcio in Italia. Non gli sfuggiva niente di ciò che in fatto di calcio cambiava all’estero. Studiava, leggeva, si documentava come pochi allenatori dell’epoca erano soliti fare.

Ma aveva un carattere che non vi dico: era permaloso, suscettibile, geloso dei suoi piccoli-grandi segreti di allenatore. Si confidava con pochi, anzi con nessuno. Neanche con me, dopo che, a suo dire, lo avevo tradito. Come? Avevo cominciato nel mio giornale (“L’Ora”) una nuova rubrica: chiedevo a ciascun giocatore quale altro del passato, del medesimo ruolo, avrebbe voluto essere. Molti citarono De Grandi, spendendo anche parole d’elogio per l’allenatore. Pochissimi, Veneranda.

In occasione della semifinale di ritorno della Coppa Italia ’79 con la Lazio, andai a trovarlo in albergo prima della partita. Chiesi di lui alla reception… e lo sentii urlare al citofono: “Che vada ad intervistare l’amico suo De Grandi…!”.

Non mi arresi e lo aspettai, finché non scese nella hall. Gli andai incontro e, prima che aprissi bocca, mi disse. “Visto che sei un ammiratore di De Grandi, chiedila a lui la formazione!”. De Grandi era stato il direttore sportivo di qualche Palermo precedente ma l’uno e l’altro sembravano due linee parallele: correvano, magari, verso lo stesso obiettivo senza incontrarsi mai.

Chissà, forse per questo suo carattere difficile allenò in A solo l’Avellino di Sibilia e fece anche molto bene. Prima di tornare al Palermo nell’ ’85, subentrando ad Angelillo e salvando la squadra dalla retrocessione in B (ricordate lo slogan : “Con Angelillo e Bulgarelli son tornati i tempi belli”? ).

Quello (‘85/’86) fu l’ultima sua stagione da allenatore del Palermo, perché subito dopo Matarrese, nonostante il prodigarsi inesausto del duo Orlando-Vizzini, decretò la radiazione della società rosanero.

Nando Veneranda e la moglie
Un’immagine domestica di Nando Veneranda, con la moglie

 

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