La musica è finita, gli amici se ne vanno

Totò Cuffaro e il flop alle Amministrative di Palermo che segna il tramonto di un’epoca. La normalità a cui aspira, dal giorno del ritorno in libertà, non potrà mai più averla. Giusto o sbagliato che sia. E il vasa vasa stavolta si è rivelato alla stregua di un timido bacio a fior di labbra

Ragionare su Cuffaro il giorno dopo. L’11 giugno ha chiuso, forse per sempre, la sua stagione politica. Il flop della macchina elettorale che si supponeva ci fosse a supporto di Ferrandelli ha rivelato la fine di un fenomeno. Il vasa vasa non ha avuto nulla di carnale, niente di eccitante sotto il profilo del messaggio subliminale, niente di devastante dal punto di vista materiale. Voti pochi, appena sfiorata la soglia di sbarramento che significa zero consiglieri. La sensazione è che, nonostante l’impegno evidente anche se appena sussurrato, il popolo di Cuffaro abbia avvertito Ferrandelli come un corpo estraneo. E il messaggio del capo più che contraddittorio. La verità che si ricava dalla stretta logica dei numeri è che un certo cuffarismo non esiste più. Gli anni di lontananza dal potere forse più della stessa condanna hanno creato una spaccatura tra l’emblema di quella politica dal sapore un po’ casereccio – che però piaceva tanto ai siciliani – e le nuove generazioni post democristiane che di Totò hanno per lo più ascoltato le leggende. Quel Cuffaro è certificato che non esiste più. Gattuso non avrebbe mai potuto indossare la maglia di Gullit, Cuffaro privato del contatto della gente, della capacità di promettere (e per lo più mantenere), sfrondato da ogni simbolo di potere, resta un mediano. Non è stato un rifinitore e non ha mandato nessuno in porta. Basta vedere i numeri della sua lista, le preferenze di Vito Raso, per anni sua ombra, e Valerio Barrale, nipote di Saverio Romano, il suo prolungamento nella politica contemporanea.

Speravano nella sua presenza dietro le quinte, nella sua capacità d’attrazione a prescindere. Non ha funzionato. L’effetto vasa vasa non ha funzionato. Ferrandelli, che ha pagato un grande scotto mediatico, si attendeva ben altro trascinamento. A conti fatti, è stato poco più di un timido bacio a fior di labbra.

Troppo facile dirlo adesso ma la sensazione che Cuffaro sia stato il salvagente di Orlando è ben presente. Magari il professore avrebbe vinto lo stesso ma almeno sarebbe stato costretto a parlare del suo progetto per la nuova Palermo. Invece, ogni volta la battuta su Cuffaro condannato per mafia e giù il boato della folla. Cuffaro avrebbe dovuto sottrarsi a questo gioco e che il Cantiere la sua popolarità se la cercasse da sé. Tanto peggio di così…

Invece la sua incapacità di vivere ai margini l’ha relegato allo scomodissimo ruolo del “c’ero non c’ero”. S’è preso pure la slinguazzata virtuale di Beppe Grillo, a cui ha risposto con sottile arguzia e un certo distacco. Questo avrebbe dovuto fare anche prima. Stare in panchina, ma sul serio, senza fornire più alibi a nessuno, che siano amici o nemici.

Tanto quella normalità a cui aspira da quando s’è aperto il portone del carcere non potrà mai più averla. Giusto o sbagliato che sia. Ed è lecito credere che Cuffaro ne abbia la consapevolezza

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