ORLANDO RE DI PALERMO

Il professore sbaraglia la concorrenza, centra la vittoria al primo turno e diventa primo cittadino per la sesta volta. In nessuna metropoli italiana un sindaco ha mai raggiunto i 22 anni di governo. Ferrandelli quasi al raddoppio rispetto al 2012, Forello non sfonda. La Vardera, Spallitta e Lomonte non riescono a portare le loro liste in Consiglio Comunale

Leoluca Orlando camminerà per altri 5 anni a braccetto con Santa Rosalia. C’è riuscito ancora una volta, il vecchio professore, a impartire una lezioncina al suo giovane allievo. Nessuna umiliazione, come nel 2012, perché gli odierni punti di distacco da Ferrandelli in termini di voti sono più o meno equivalenti a mezzo stadio della Favorita.

Orlando e la Santuzza, dicevamo. Il sesto mandato del re Leoluca arriva per forte intercessione della Santa del Monte? Certo, c’è voluto un mezzo miracolo laico per tenere lontano tutta la concorrenza che rappresenta quelle fasce sociali contrarie all’eterno sindaco. Il mancato sfondamento a sinistra dei grillini e l’esigua presenza dei Verdi ha fatto saltare i piani di Ferrandelli che la percentuale programmata per l’eventuale ballottaggio l’ha raggiunta. Un palermitano su tre lo ha votato ma non è stato sufficiente.

La realtà racconta che Orlando ancora una volta ha saputo convincere Palermo che senza di lui non c’è presente. Di futuro non era lecito parlare, l’ha sottolineato lo stesso sindaco durante la campagna elettorale: “E’ la mia ultima volta…”. La retorica della messa in sicurezza del progetto di cambiamento ha funzionato ma, con tutto il dovuto rispetto, soprattutto per l’incapacità degli altri contendenti di essere credibili agli occhi del ceto medio e della borghesia palermitana che non ha esitato a dire sì al suo re.

Nessuno nella storia democratica di Palermo può vantare un credito di fiducia lungo 22 anni, quanti saranno quelli di governo alla fine di questa sesto mandato. Nessuno mai come Leoluca nella storia delle metropoli italiane, nessuno capace di sintetizzare prima e seconda repubblica, Dc e Di Pietro, comunisti e residui berlusconiani, cattolici e agnostici. Ma la forza di quest’uomo è quella di riuscire a far sorvolare sulle contraddizioni, sin dai tempi della convivenza con Salvo Lima, esaltando nello stesso tempo la sua “visione visionaria”. Stavolta ha rischiato perché il sogno non era all’altezza del passato. Nessuno crede al raddoppio del tram, progetto che comunque ha spaccato Palermo in due, la chiusura della Favorita è realizzabile solo nelle domeniche. E la riqualificazione della costa sud non ha certo lo stesso impatto della riapertura del Teatro Massimo. Ma questa è il giorno di Orlando e nonostante tutto sarebbe ingiusto sminuirne il trionfo.

Orlando sa parlare alla testa, al cuore e alla pancia del popolo. E questa è una virtù, specie in un’epoca in cui il leaderismo trionfa sui partiti e la nuova ideologia è quella del vaffa. Che, beninteso, Orlando intercetta meglio di chiunque altro in Italia. Ricordiamoci che nel 2012, a Palermo, i Cinquestelle non entrarono in Consiglio e stavolta, nonostante il vento in poppa, non superano la doppia decina.

Questa, più che di un progetto politico, è la vittoria dell’uomo Orlando e di una formula che suggerisce ai partiti di mimetizzarsi. E praticamente li fa scomparire. Intanto ha fatto fuori un’altra generazione politica avversaria. Né Ferrandelli, né Forello, infatti, saranno in corsa fra 5 anni, il loro destino potrà avere altre sfumature, regionali o nazionali. E il professore avrà il tempo necessario per trovare quel Fabio Giambrone a cui oggi non ha voluto lasciare lo scettro. Cinque anni di primarie, ha assicurato, nelle quali il suo prezioso appoggio sarà fondamentale. Potrà permettersi il prof di meditare e selezionare l’Orlando futuro guardando lo scenario dalla poltrona di Villa Niscemi – da sempre preferita a quella di Palazzo delle Aquile – o da quella di Palazzo Comitini, sede del sindaco metropolitano. Oppure dal Teatro Massimo, del cui palco centrale è legittimo proprietario, o dalla nuova sede di Punta Raisi che cade sempre sotto la sua giurisdizione.

Qualche boccone amaro l’ha ingoiato in questo lunghissimo rettilineo che l’ha portato in volata al traguardo. E il professore non è tipo che dimentica. Scatteranno le liste di proscrizione? Chissà. Certo che il rifiuto di parlare ai microfoni di Mentana, reo di aver ricordato in apertura di diretta la sua “parentela” con il Pd, è un segnale allarmante, si spera dovuto alla trance agonistica. Intanto, come promesso, che scatti la standing ovation: Orlando se la merita tutta.


Risultati Comunali Palermo 2017 (affluenza 52,60% a chiusura delle operazioni)

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