Barbana, l’ala che correva contromano

“Corri, ragazzo, corri…”, gli disse così Corrado Vicani, (estate 1974), ad inizio allenamento.. .
Giorgio Barbana, di Terzo di Aquileia (Udine), classe 1949, segno zodiacale sagittario, aveva appena finito la sua prima seduta di allenamento della stagione. Stremato, stava imboccando la scala del tunnel degli spogliatoi: “ Corri, ragazzo, corri!”, gli ripetè Viciani, dandogli una pacca sulle spalle.
Il buon Giorgio, stremato, lo guardò perplesso e Viciani proseguì: “Ci siamo appena conosciuti ma ho già capito che tipo sei!”. Lo afferrò per entrambe le spalle e concluse: “Tu corri molto ma spesso… contromano!”.
Gli disse proprio così: “contromano”. E Giorgio, basito: “In che senso, mister?”.
Questa conversazione – chiamiamola così, perché di solito a parlare era Viciani e i suoi giocatori dovevano solo ascoltare – me la riferì il mister ad una delle cene alle quali aveva la bontà (lui lo chiamava piacere) di invitarmi, sostenendo che ero fra i pochi cronisti in grado di capirlo veramente.
Lui sosteneva che Barbana correva come un cavallo e, quindi, spesso coi paraocchi: “ Se riesce a dare un senso alla sua corsa, oltre a risparmiare fatica, diventa prezioso per la squadra e micidiale per l’avversario”.
E infatti Barbana era essenzialmente un generoso, correva per sé e per i compagni, dava una mano a tutti. Ma siccome era comunque un attaccante tutto questo prodigarsi lo pagava al momento decisivo: nove su dieci gettava via il pallone, come fosse diventato un oggetto fastidioso. Quanti gol già fatti s’è “mangiato” nessuno è riuscito a contarli perché lui, dopo avere eluso la marcatura dell’avversario, correndo il doppio di lui, una volta solo davanti al portiere, sparava forte e, quasi sempre, sui gradoni della Curva.
Basta osservare la foto, tratta dalla finale di Coppa Italia del 23 maggio ’74: è solo davanti a Busi, il difensore è pateticamente proteso a contrastarlo, il portiere lanciato disperatamente sulle sue gambe. Il pallone finirà alto fra i gradoni della mitica Curva Sud romanista. Una delle tante occasioni sprecate da Barbana, in quel secondo tempo, nel quale sostituì il titolare del ruolo, La Rosa.
Ma se dicessi che Barbana era solo corsa cieca, farei un torto non solo a lui ma anche alla storia del Palermo, perché Giorgio giocò ben tre campionati nel Palermo (73-76) e, pur con tutti i gol mancati, diventò presto un beniamino degli ultras, perché là, in Curva, non si guarda tanto al tocco di palla, al colpo di tacco, alla veronica; insomma, allo stile e alla qualità, ma molto di più al cuore che ci mettono i giocatori. E Barbana, il cuore, ce lo metteva sempre tutto, dal primo all’ultimo battito, dal primo all’ultimo minuto, per la sua squadra.
E se è vero che sbagliava molti gol (in 81 presenze, ne segnò solo 14), alcuni di quelli che realizzò furono memorabili. Io ne ricordo nitidamente due: il primo in un Palermo Como, che, malgrado una straripante superiorità tecno-tattica, era ancora ferma sullo 0-0 al novantesimo e lui di gol se n’era divorati almeno un paio e smaniava, generoso com’era, di rimediare. Così quando all’ultimo istante l’arbitro assegnò al Palermo un calcio di punizione dal limite e Vanello si fece avanti come al solito, lui gli parlò ad un orecchio, Vanello “tistiava” come da dire :”No, questa la batto io!”, ma alla fine, davanti agli occhi spiritati di Barbana, cedette (e ce ne voleva!). La rivedo, quella punizione: Giorgio sistemò con cura la palla, la barriera mi sembrò troppo vicina (allora l’arbitro andava ad occhio, non aveva lo spray) ma lui non protestò. Fece una breve rincorsa e.. tac la palla s’infilò come una scheggia nell’angolino basso. Goooool, 1-0 e due punti in cassaforte.
L’altro è un ricordo ancora più prezioso perché mi riporta ad un episodio molto particolare della mia vita di tifoso. Era la domenica di un Palermo-Varese del 1975 ed ero tornato la mattina col traghetto da Napoli, dopo una lunga, tormentatissima notte di mal di mare, passata tutta in bagno ad evacuare. Da sopra e da sotto. Il traghetto era arrivato in poro anzi quasi a mezzogiorno, anzi che alle sei e mezzo del mattino. Io ero uno straccio, non mi reggevo in piedi e tuttavia avevo in testa la partita delle due e mezza del pomeriggio. Mia moglie mi redarguì aspramente: “Ti avverto che, se in queste condizioni vai allo stadio, io telefono alla neurodeliri e ti faccio ricoverare!”.
Come si dice a Palermo, quelle minacce mi parevano “palicu”, per quante volte in precedenza le avevo sentite. “Sto già meglio, Cettina. Stai tranquilla!”. Ma non era vero, tant’è che non riuscii a mandare giù neanche un filo di pasta: “Lo sai che il Giornale aspetta il mio pezzo sui tifosi, quindi…” , dissi mentre m’infilavo la giacca.
E così alle due e venti ero già in Curva Nord. Sfinito. Mi tremavano le gambe e mi gettai sui gradoni. Vicè u pazzu mi urlò: “Chi stai faciennu, Caminiti ? U me giornalista un s’assietta prima ra partita!”. Mi alzai giusto in tempo per vedere entrare in campo le squadre e – lo giuro solennemente – quella visione mi bastò per sentirmi di nuovo scorrere il sangue nelle vene. La partita si mise subito male per un gol che più balordo era impossibile. Attaccammo come furie ma la rete avversaria sembrava stregata. Un palo e una traversa. Gli ululati della Curva si susseguivano: partivano alti e forti e si fermavano all’improvviso: sembrava gol ma così non era… Finché non arrivò la palla giusta a Barbana (che mancavano pochi minuti al novantesimo) stavolta non defilato sulla destra ma a centro area. Spalle alla porta, lui si girò come una trottola e di destro la scagliò nell’angolino basso, il suo preferito, alla destra del portiere. Un diagonale dei suoi che, quando non prendeva la… funicolare, accarezzava sempre il palo. Gooool, ed era finalmente i meritatissimo pareggio. 1-1 e tutti a casa, felici e contenti come e più che se avessimo vinto.
Ecco, questo era Barbana, che ci ha lasciato il 18 luglio di due anni fa per un male incurabile a soli sessantasei anni: “Corri, Giorgio, corri sempre libero come il vento, lassù dove nessuno di dirà mai che stai correndo contromano”.

L’annoto, all’ultimo, come un post scriptum, l’aggressione subita da Barbana d opera del portiere del Brindisi, tal Di Vincenzo, che lo prese pure a calci, rompendogli un paio di costole. La partita, vinta 2-0 sul campo dal Palermo, per gli incidenti che ne seguirono, venne poi assegnata a tavolino al Brindisi.

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