Il referendum di Palermo

Una tornata elettorale in cui c’è un quesito a cui rispondere: Orlando sì oppure Orlando no? Le chance di Ferrandelli e Forello di portare il “regnante” al ballottaggio. Le speranze di La Vardera, Lomonte e Spallitta di entrare in Consiglio Comunale. Dalle 7 del mattino la parola passa ai palermitani

Si chiamano elezioni ma in realtà si tratta di un vero e proprio referendum. Il quesito è semplice e chiaro: volete ancora Leoluca Orlando sindaco di Palermo? Non c’è scritto sulla scheda, ma il succo è questo. Alla provocatoria domanda dovrà rispondere quella Palermo che del professore ha sempre subìto il fascino da antico monarca, uomo della provvidenza, santo in terra. Un uomo che ha saputo essere totem a cui appigliarsi nel momento più basso e idolo capace di risvegliare l’orgoglio dell’appartenenza. Orlando è stato il migliore sindaco di Palermo, almeno dal dopoguerra. Al di là del risultato di oggi, è doveroso riconoscerlo. È diventato storia per meriti acquisiti sul campo e anche per una concorrenza davvero improponibile. Sindaco di Palermo già 5 volte: due volte, con maggioranze diverse in Consiglio Comunale sotto la bandiera della Democrazia Cristiana, dal luglio del 1985 all’agosto del 1990; poi altri due mandati (con elezione diretta, nel periodo della Rete) dal 1993 al 2000; più quest’ultimo, all’origine targato Idv, che si chiude appunto oggi. Diciassette anni di regno che potrebbero diventare ventidue se riuscisse anche questa volta a bruciare la concorrenza. E per di più con un’altra targa, quella delle liste civiche. Roba da guinness, almeno per ciò che riguarda le metropoli italiane.

Stavolta si è dovuto impegnare più del solito perché la percezione che una certa parte di Palermo gli abbia voltato le spalle l’ha avuta, eccome se l’ha avuta. Nessuno è eterno, il suo slogan preferito (“c’è un tempo per ogni cosa”) l’ha messo in guardia dalla tentazione che stava crescendo soprattutto in periferia. Con la passata legge elettorale, accantonata proprio per creargli un danno (guarda che geni…) la vittoria a primo turno sarebbe stata quasi una chimera. A superare il 50% non riuscì neanche nel 2012 quando il precedente disastro amministrativo gli consentì una passerella a passo leggiadro sulle macerie di una Palermo in ginocchio.

Oggi basta prendere un voto oltre il 40% per lasciarsi l’incubo della pensione alle spalle, per vincere questo referendum e guadagnarsi una riconferma per nulla scontata. Quasi 8 punti meno di 5 anni fa. Gli serviranno ben più di 100.000 voti e la concorrenza s’è attrezzata meglio di 5 anni fa. Allora il professore pescò a mani piene nel budget degli altri schieramenti: Massimo Costa prese la metà dei voti delle sue liste, Alessandro Aricò fece ancora peggio. Persino Ferrandelli lasciò qualche decimo di punto per strada. Di fatto Orlando fu eletto con i voti delle opposizioni a conferma del suo trasversalismo, peraltro in una tornata elettorale che fece segnare punte record di astensione. Non è un caso che la “messa in sicurezza” orlandiana parta dalle sette liste schierate a coorte che provano a ridimensionarne il calo di popolarità.

C’è una palese voglia di cambiamento ed è più che un paradosso, quasi uno sberleffo, che il tormentone orlandiano dell’ultimo mese sia proprio “non fermiamo il cambiamento”. Il cambiamento a cui si riferisce il professore è quello già attuato. E proprio questa attitudine a guardarsi alle spalle potrebbe costargli cara. Avrebbe potuto fare un passo laterale e battezzare un successore, ha scelto di sfidare il tempo ancora prima dei suoi rivali. La perseveranza che si trasforma in cocciutaggine non è mai virtù, eppure bisogna comunque rendergli onore per il coraggio e la passione con cui, a 70 anni, ha affrontato quest’ennesima sfida. Se vincerà dovrà scattare una standing ovation.

Oggi si troverà di nuovo di fronte a Fabrizio Ferrandelli, timoniere della vascello dei Coraggiosi a cui i sondaggi hanno in questi mesi attribuito un consenso ben superiore a quello maturato 5 anni fa. E poi c’è Ugo Forello che dovrebbe portare i Cinquestelle per la prima volta in Consiglio strasuperando quel 4,91% che nel 2012 fece segnare il suo amicone Riccardo Nuti. Queste sono certezze condivise da tutti i raggruppamenti. Il ragionamento che gli analisti della politica facevano qualche mese fa, a bocce ferme, era di una semplicità disarmante: se i due giovanotti insieme fossero riusciti a raggranellare il 55% del consenso avrebbero costretto il regnante al fastidio del ballottaggio. La quota residua per inchiodare Orlando sotto il 40% si poteva ragionevolmente supporre fosse appannaggio di La Vardera, Spallitta e Lomonte.

Tre mesi di campagna elettorale hanno invalidato la tesi iniziale? Questo è il principale interrogativo che si articola in varie considerazioni. Quanto Nadia Spallitta, a capo dei Verdi, riuscirà ad erodere della quota di sinistra del voto ambientalista; quanto Ciro Lomonte drenerà dal bacino borghese da sempre attratto dall’indipendentismo (e la volta scorsa in dote a Orlando), dalle sfere dell’integralismo cattolico, dal sempre più variegato bacino del voto di protesta; quanto, infine, la presenza di una destra social leghista vincolerà il voto ultra moderato.

E soprattutto, lo schieramento aggiuntivo alle “coraggiose” liste di Ferrandelli, sarà ancora tentato dalle sirene orlandiane? Forza Italia dovrà dare una risposta netta, specie dai ras si attende una autentica prova di fedeltà. In gioco c’è la credibilità di Gianfranco Miccichè, stratega di questo connubio azzardato ma che ha riportato in competizione un partito che sembrava in via di estinzione. Nessun dubbio sul Cantiere Popolare che consegna a Ferrandelli un piccolo patrimonio, cioè l’aura di Totò Cuffaro. Sarà un’eredità o una zavorra? Il giovane Fabrizio sa che costringere Orlando al secondo turno creerebbe terrore tra quei seguaci del sindaco che considerano ancora oggi più che reale l’ipotesi di una vittoria immediata.

Per Ugo Forello sono altre le verifiche. I suoi 40 soldati sono alla prima prova, nessuno possiede carnet di voti, combattono contro due eserciti da mille unità ciascuno. Per quanto sia possibile intercettare il voto di protesta – che anche in una tornata amministrativa ha un suo peso – bisognerà capire quale sarà il responso dei quartieri periferici. I Cinquestelle hanno fatto un lavoro capillare, solo il responso delle urne potrà quantificare quanto efficace.

Se salirà la percentuale dei votanti sarà senz’altro merito dei grillini ma anche dei Siciliani Liberi, dei Verdi e delle truppe del Centrodestra di La Vardera. Tutti insieme rappresentano la parte più ideologica della competizione e ciò rappresenta una connotazione identitaria importante in un’epoca in cui i partiti si camuffano dentro le liste civiche. Ad esclusione dei Cinquestelle, per loro sarà un grande riconoscimento oltrepassare la soglia di sbarramento. È l’augurio che ci sia consentito indirizzargli affinchè in Consiglio sia rappresentata ogni componente della nostra comunità.

Da questa mattina alle 7 – e per 16 ore consecutive – toccherà ai palermitani scegliersi un destino. Se Ferrandelli e Forello, Lomonte, Spallitta e La Vardera accettano la suggestione del referendum, comincino a toccare ferro: qui a Palermo, 71 anni fa, giusto 14 mesi prima della nascita di Leoluca Orlando, la monarchia sfondò a passo di carica il tetto del 60%…

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