La storia di Ballabio, tra sport e missione

Arturo Ballabio
Arturo Ballabio, ex giocatore di calcio del Palermo

Arturo Ballabio, classe 1949, brianzolo di Figino Serenza, segno zodiacale sagittario, era uno al quale, più che parlare piaceva ascoltare.

Arrivò al Palermo nell’estate del ’72, l’anno della promozione in serie A, quella dell’ultima partita a Napoli contro il Sorrento, rimasta nella storia per le migliaia di tifosi rosanero al seguito.

Che giocatore era Ballabio? Me lo chiedo ancora, come se lo chiedeva Viciani, che pure lo aveva in simpatia. Lo schierava ora come ala tornante, ora come centrocampista con compiti offensivi, ora perfino come mediano.

E lui, in questo via vai di ruoli e posizioni sembrava trovarsi perfettamente a suo agio, forse perché quello di girare intorno, fare sempre nuovi ruoli ed esperienze era già allora nel suo dna.

Nella famosa finale di Coppa Italia del 23 maggio del ’74 contro il Bologna, giocò solo il primo tempo, finito in vantaggio di 1-0, gol di Magistrelli e faceva da collante fra la linea mediana e l’attacco. Come voleva Viciani, precursore del gioco totale e dei giocatori “universali”.

Si muoveva al rallentatore, ma compensava la lentezza con il senso della posizione. E se gli arrivava la palla buona nei sedici metri non se la sprecava: buon destro al volo e ottimo stacco di testa.

Tutto qui il suo bagaglio tecno-tattico ma per dedizione e disciplina in campo era fra i più affidabili.

In 98 partite segnò dodici gol: pochini se fosse stato un attaccante, ma non lo era. Bilancio, quindi, soddisfacente, tanto da giocare in rosa per quattro stagioni per poi tornare al Monza.

Non era un campione, ma era un tipo, anzi un personaggio, ma per capirlo bisognava… stringerlo d’assedio, perché non parlava volentieri neanche con i giornalisti e, se “costretto”, era davvero di poche parole: per lo più monosillabi: sì, no , beh e qualche bisillabo: forse, chissà…

Insomma non era il beniamino della stampa; gli mancava l’appeal giusto non solo come giocatore ma ancor di più come uomo.

E siccome, mancu iu babbiu per stranezze, mi impuntai: “Io questo qui lo farò parlare… E lui mi racconterà la sua vita!”… E una mattina lanciai al Giornale (L’Ora) una specie di sfida: “ In un colpo solo – proclamai – vi porto un’intervista incrociata fra il più frizzante e il più “moscio” della squadra!”.

“Ah, sì – disse l’allora caporedattore – e chi sarebbero?”.

“Barbana e Ballabio: due “B” del Palermo che più diversi non ne potremmo mai trovare!”.

Risate generali, battute, sfottò, ma c’ero abituato: mi stimolavano a dare il meglio. Perdere le sfide, anche le più banali, non mi è mai piaciuto.

Mi accorsi subito, però, che m’ero infilato in una specie di cul de sac senza via d’uscita: Bellavia era sempre disponibile, Ballabio, mai: aveva sempre da fare. Così mi inventai un invito a cena a casa mia, nel corso della quale avremmo parlato di tutto meno che di calcio. Lui, Ballabio, mi guardò perplesso, come temesse chissà che trappola ma, alla fine, cedette e, sorridendo come mai l’avevo visto prima, esclamò: “Beh, se viene pure Angelo, perché no? Voglio proprio vedere, lui che parla sempre di calcio, che ha da dire se l’argomento è un altro!”.

E quella sera ebbe luogo a casa mia una delle cene più strambe e divertenti della mia lunga milizia di cronista, abituato ai pranzi e alle cene di lavoro, chiacchiere senza fine tutte intorno al pianeta calcio, come fosse l’unico tema importante della vita.

Come promesso, all’inizio l’argomento calcio non venne neanche sfiorato e sinceramente i più in difficoltà eravamo io e Angelo perché Arturo sciorinava un bagaglio di conoscenze insospettabili: passava con straordinaria disinvoltura dalla politica alla storia, soffermandosi soprattutto sui problemi umanitari, verso i quali mostrava particolare interesse. Temi, questi, intriganti e “pesanti” ad un tempo, che presto ci colsero in palese défaillance, molto vicina al letargo. Lui se ne accorse e: “Ma come, dovevamo parlare di cose serie e, appena cominciato, siete già stanchi?… Tu, Angelo non mi stupisci, ma tu, Benvenuto, invece sì… Mi hai detto che sei un avvocato, ho appena accennato alla fame nel mondo e che fai… sbadigli?”. Il tutto con un vocione insospettabile, concluso con una risata piena, di gusto, di vero divertimento.

Ero sbigottito più che divertito nello scoprire in Ballabio un personaggio insospettabile, lontano mille miglia dal “giocatore-tipo” degli anni settanta, quando i più “in”, tipo Vanello, tanto per fare un esempio , o lo stesso Arcoleo, oltre al calcio e al diploma miravano alla laurea: il primo, in architettura e l’altro in ingegneria.

Insomma, quella che per me doveva essere solo una scommessa da vincere si trasformò ben presto in qualcosa di più impegnativo , perché Ballabio mi mise davvero in difficoltà e, ripensandoci a mente serena, già quella sera avrei dovuto capire che lui, appese le scarpette al chiodo, non si sarebbe accontentato dello spazio di un campo di calcio ma avrebbe girato in tondo, alla ricerca di ben altri orizzonti.

L’ho già detto: Ballabio amava girare intorno e fare sempre nuove esperienze. Certo non avrei mai immaginato che le avrebbe cercate, da missionario, in giro per il mondo, in soccorso ai più piccoli, ai ragazzi disagiati, alle famiglie povere del Perù, Ecuador, India, Sri Lanka e, naturalmente, Italia. Coinvolgendo nel suo progetto umanitario la famiglia: la moglie Massimiliana e i cinque figli.

Vinsi quella sfida con i colleghi ma la persi come me stesso, perché, come tutti gli altri, non avevo nemmeno lontanamente capito che tipo si nascondesse dietro i suoi ostinati silenzi: quanta generosità, quanto altruismo, quanto spirito d’avventura. E, soprattutto, quale mistica visione dell’Uomo e del suo destino.

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