Palermo, il dribbling è amore e follia

Sergio Pellizzaro, giocatore Palermo calcio 1970-1971
Sergio Pellizzaro, giocatore Palermo calcio 1970-1971

Il dribbling è la sublimazione del gioco del calcio. Il dribblatore è il calciatore preferito dai tifosi: puoi fare cento gol e far delirare di passione la folla sugli spalti, ma se ne fai anche solo dieci, dopo qualche dribbling, la fai letteralmente uscire di senno, perché diventi ineluttabilmente il suo eroe.

Ne ho conosciuti ed amati tanti di dribblatori nei miei quasi settant’anni di tifo rosanero, a partire da Di Maso e De Robertis, anni cinquanta-sessanta, Gasperini e Montesano, anni ottanta, Bombardini e Santana, negli anni novanta-duemila, per finire con Pastore, Vazquez e Dybala, nell’ultimo decennio.

Chi di noi non ha giocato a calcio da ragazzo? Chi di noi non si è sentito un grande giocatore dopo uno, due dribbling riusciti? Il perché è un mistero e proprio per questo ci seduce. Cosa proviamo – e cosa troviamo – nel dribbling? Posso rispondere per me, che ero, nel mio piccolo un gran bel trequartista, che partiva dalla sua area, superava in dribbling uno, due avversari e poi faceva l’assist per l’attaccante. In questo ruolo fui vicecampione, conquistando con il Garibaldi la medaglia d’argento, al Campionato Interstudentesco per la Coppa Italo Giglio (1960): medaglia d’oro al Cannizzaro di Tanino Troja, allora sedicenne.

Io superavo in dribbling l’avversario e, in quell’istante, mi sentivo un dio: amavo me stesso quasi quanto il pallone, insomma diventavo un mix d’amore e di follia.

Immaginate, quindi, come mi abbiano esaltato, su tutti, i dribbling di Pelllizzaro e Montesano.

I due erano simili e diversissimi e tenterò di spiegare perché.

Sergio Pellizzaro, all’anagrafe Domenicacci (nome del patrigno), classe ’45, di Montebello Vicentino, arrivò al Palermo nel ’68 (serie A) dal Catanzaro, era un’ala (oggi si direbbe esterno d’attacco) col vizio del gol (75 partite-23 gol): tracagnotto e muscolarmente dotato, possedeva un dribbling secco, variegato di finte e contro finte. Una volta giunto sul fondo, col suo sinistro mandava al centro palloni che sembravano confetti da ingoiare, tanto erano deliziosi. Con uno di questi – il più celebrato – mandò in gol Tanino Troja nel suo exploit passato alla storia. il gol in tuffo di testa a filo d’erba che ipnotizzò il grande Albertosi, portiere del Cagliari di Riva, quell’anno stesso (era il 1970) campione d’Italia.

Quando penso a Pellizzaro, subito dopo mi viene in mente Giampaolo Montesano, classe ’58, di Aulla, preso dal Varese, nel quale, appena ventenne, era l’idolo incontrastato. Ma mai quanto presto, prestissimo diventò a Palermo: beniamino degli ultras della Curva Nord (tra i quali c’ero anch’io, cronista al loro servizio, con “La Voce dei Tifosi” per il “L’Ora”, dal ’72 al ’92), Montesano ricambiava con totale dedizione, tant’è che se sotto la Curva Sud faceva due dribbling ad ogni avversario prima di crossare, sotto la Curva Nord ne faceva quattro… Il tutto mentre nell’aria risuonavano i canti degli ultras, che impazzivano per i suoi dribbling, e ogni volta che “Il Monte” riceveva palla, loro si alzavano in piedi, ballavano come presi da un ritmo infernale e in coro sillabavano: “Mar-ca-til-lu… Mar-catil-lu…”. Che, in dialetto, vuol dire : dribblalo!.

E Giampaolo eseguiva, le sue finte d’anca, i suoi scatti brevi, uno in avanti e un indietro, uno a destra e l’altro a sinistra, ubriacavano il terzino, che ben presto s’infuriava e risolveva il problema con un calcione. L’ennesimo. Che diventava anche peggio, quando lui, “Il Monte”, nell’ebbrezza del dribbling insistito, si ritrovava solo e la cosa non gli stava bene. Allora si fermava di botto e appena quello gli tornava addosso lui lo dribblava di nuovo ed era in quel punto lì che alzava gli occhi verso la Curva e sembrava (era) felice. Il terzino, così sbeffeggiato, poco dopo finiva anzitempo negli spogliatoi perché reagiva brutalmente e all’arbitro non restava che cacciarlo via.

Pellizzaro-Montesano, due esempi di come il dribbling sia il “do” di petto del tenore, quello che fa alzare in piedi tutto il teatro, ancor di più dell’aria centrale dell’opera.

E che giocatori come Sergio e Giampaolo ma anche come Davide Bombardini (classe, ’74, Faenza; al Palermo dal 1999 al 2002) e ancor di più come Mario Alberto Santana abbiano accarezzato i “vizi” più innocenti del “popolo rosanero”, che, non abituato ai fasti delle grandi vittorie ha ancor di più cercato nei suoi beniamini l’apostrofo d’oro del dribbling, quasi a mo’ di consolazione.

E voglio finire questa pagina dedicata ai miei “eroi” del dribbling con l’ultimo mio grande paladino, uno per il quale ho davvero delirato, perfino più che per il talento strepitoso di Dybala. Parlo di Franco Vazquez, l’ultimo dribblomane pazzo, uno che non si ricordava di giocare in una squadra se prima non aveva superato almeno due avversari in dribbling. Una roba, questa, che mise fuori strada tanti allenatori prima di Iachini, tutti convinti com’erano che Franco sapesse solo dribblare – come si dice dalle nostre parti – “a matula”. Così per tre anni quasi lo tennero in panchina o lo diedero in prestito a squadre di seconda terza fascia.

Io, però, mi vanto di avergli preconizzato, quando tutti pensavano il contrario, un grande futuro. Mi bastò vederlo all’esordio in maglia rosanero, contro il Napoli. Ma, evidentemente, non se n’accorse l’allenatore di quel Palermo che, nella ripresa, lo lasciò negli spogliatoi e, successivamente, quasi sempre in panchina.

Ma, si sa, molti tecnici d’oggi preferiscono alla follia di un dribbling l’ovvietà di un passaggio laterale. Ed è per questo che il calcio attuale è sempre più “saggio” ma anche più noioso. Nessuna regola del calcio, anche quello totale dei giorni nostri, può spegnere la fantasia, l’estro, l’amore e, diciamo pure, la follia di un dribbling. Fosse anche un dribbling di troppo.

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