Lettera aperta ad un figlio mai cresciuto

Palermo e l’inizio degli anni ’80. L’eroina che scorre a fiumi e l’Aids si portano via le vite di tanti giovani. I rimpianti di un padre per quel ragazzo che oggi avrebbe compiuto 60 anni

Mio figlio oggi avrebbe compiuto 60 anni. Se ne è andato una mattina di marzo del 1983, pochi mesi prima di compierne 26. Una vita breve e piena di eccessi, spesso controcorrente. Alle scuole superiori si dichiarava fascista in un periodo in cui il mondo giovanile era tutto spostato a sinistra. Non condividevo, anche perché sapevo che non c’era cultura dietro quella affermazione. Frequentava brutte persone, piccoli bulletti e gente che invece ebbe guai pesanti con la giustizia. Non condividevo e glielo dicevo. E questo creò una distanza che non riuscimmo per molto tempo a colmare. Dai 17 anni in poi mio figlio diventò un ospite in casa sua: entrava e usciva, a volte senza un saluto. Solo mia moglie raccoglieva qualche confidenza. Io ero un coglione, sua sorella una montata, questo era il resoconto di sua madre. Dopo la maturità, conseguita in un istituto privato allora di gran moda, la passione della politica svanì. Forse influì qualche fermo di Polizia, io credo piuttosto che non sopportò più quell’isolamento e quell’emarginazione in cui quel gruppetto era caduto. Diventò anarchico, cominciò a vestirsi di arancione e a farsi di eroina. Tre cose fra di loro inconciliabili che convivevano dentro la testa di un ragazzo buono ma con le fragilità di un bambino.

Io non sono stato un buon padre, l’ho pensato per tutta la vita. E questo pensiero è stata la mia condanna eterna. Lui ha avuto la sfortuna di crescere in una città dove in tanti hanno chiuso gli occhi davanti a quel fiume di eroina che ha infettato decine e decine di giovani.

Il mio Davide, la mia Daniela, il mio Francesco, il mio Antonio… per il senso di colpa mi sono caricato il peso del dolore della scomparsa di mio figlio e di tutti i ragazzi che in quell’estate maledetta hanno trovato una morte veloce. O come mio figlio, un destino assai più crudele, una morte a puntate, quella malattia che ti corrode poco per volta, che si mangia fisico e dignità. A Palermo non sapevano neanche che nome darle, degenerante come un tumore, ma molto più devastante. Sei mesi dopo si capì che era Aids, se ne sapeva poco o niente, ogni cura sembrava palliativa. Ci dissero che era il primo caso a Palermo. Magari qualche altro c’era già stato, ma la morte aveva preceduto la corretta diagnosi. E quando ti muore un figlio che importanza ha se si tratta di cirrosi, tumore o Aids…

Avevamo paura del contagio, non farglielo capire fu l’ultimo regalo che potemmo fargli.

Era tornato da poco a casa nostra, dopo diversi mesi di ricovero in una comunità che sostituì il carcere. Lo avevano arrestato con qualche grammo di eroina addosso, quella che serviva a ricavare i soldi per la sua dose quotidiana. Era tornato carico di promesse e buone intenzioni, sembrava un altro, aveva trovato un lavoro in un’agenzia pubblicitaria, niente di che ma era sufficiente per non ritenersi ancora una volta solo ed emarginato. Gli contestai anche quella scelta, avrei preferito il posto in banca che pure gli avevo trovato. “Io lì dentro ci muoio, papà…”. Aveva ricominciato a chiamarmi papà e questo bastò a non farmi più insistere.

Amici veri non ne aveva, ce ne accorgevamo nelle feste comandate che passava da solo in casa con il Vhs sempre in funzione e con la sigaretta sempre in bocca. La malattia mostrò i suoi primi sintomi sotto forma di stanchezza e astenia, poi i segni sulla pelle. E poi il resto.

Una sera, la più insopportabile, mi chiese aiuto, di aiutarlo a far finire quelle sofferenze.

Non usava neanche più gli occhiali, cosa poteva guardare, del resto, se la morfina riduceva ogni giorno di più le sue ore di veglia… Ho impresso nella mente i suoi grandi Lozza, regalo segreto di sua madre per la maturità, poggiati sul comodino, e lì sono rimasti per anni anche dopo la sua scomparsa. Quando ti muore un figlio hai bisogno di qualsiasi cosa per avvertirne ogni giorno la presenza. Oggi vorrei poter parlare a quel figlio che non mi ha reso nonno, raccontargli che mondo è stato dopo di lui, che cosa si è perso, magari ridargli i suoi occhiali. E guardarci un’ultima volta come 34 anni fa, da uomo a uomo. E chiedergli perdono per quella sera.

(testimonianza raccolta da Angelo Scuderi)

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