Chiude l’Unità, la protesta dei lavoratori per l’indifferenza del PD di Renzi

Pessima Festa della Repubblica per i giornalisti dell’Unità. La sera del 1° giugno hanno ricevuto la comunicazione dell’editore che annunciava la sospensione delle pubblicazioni.
Già da qualche giorno il giornale non andava in edicola poiché lo stampatore, nonostante i solleciti, non riceveva da mesi il pagamento per le copie pubblicate. I lettori hanno potuto sfogliare gli ultimi numeri dell’Unità solo nella versione online, come l’edizione di oggi che in prima pagina riporta una foto in bianco e nero in cui una piccola folla espone le copie che annunciano la vittoria della Repubblica sulla Monarchia il 2 giugno 1946.
“Ci sono storie che non dovrebbero finire, per la storia che hanno raccontato e testimoniato”. Inizia così l’editoriale firmato dall’Assemblea di redazione, con cui ci si congeda dai lettori del giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1924.

Il logo della testata unita.tvAmarezza verso l’indifferenza dimostrata dal PD di Renzi. In effetti in un altro paese, dove l’informazione è considerata un diritto, una voce come l’Unità avrebbe forse avuto una maggiore attenzione. Sarebbe bastato un impegno infinitamente minore e meno complicato di quello messo in moto per salvare il Monte dei Paschi. Se la buona salute di una democrazia si misura con l’attenzione che si pone per tutelare l’esistenza di un’informazione pluralista e libera, allora l’Italia continua a vivere una bruttissima stagione politica.

I giornalisti dell’Unità denunciano il “silenzio più assoluto da parte di un’azienda che non ha neanche ritenuto di dover comunicare che non avrebbe pagato gli stipendi ai lavoratori e alle lavoratrici. E che oggi dà notizia di una ristrutturazione annunciata da mesi ma mai avviata davvero. In questi mesi l’azienda, la stessa che in due anni non ha presentato un seppur minimo piano industriale, ha solo più volte minacciato licenziamenti collettivi, come se a pagare il conto della mancata gestione aziendale dovessero essere i lavoratori e le lavoratrici.”
“Tutto questo è avvenuto in un giornale che si chiama l’Unità, che ha fatto della difesa dei lavoratori il suo tratto distintivo, e di cui ancora oggi il Partito democratico è socio al 20% attraverso la fondazione Eyu. Non siamo cioè di fronte a una società composta di soci privati tout court: siamo di fronte ad un’impresa editoriale che ha al suo interno un partito politico che ha fatto della difesa dei diritti il suo cavallo di battaglia. Un Pd che ha assistito a quanto sta avvenendo da mesi, compreso il ricatto al sindacato di non pagare gli stipendi fino a quando lo stesso cdr non avesse convinto gli ex dipendenti a rinunciare ai loro diritti sanciti dal giudice del lavoro, senza prendere una forte posizione pubblica.”

Che dire? Quanto accade all’Unità è un altro anello della catena che da tempo sta inesorabilmente imprigionando il sistema dell’informazione in Italia. In società un po’ più evolute, la stampa per la sua funzione di garanzia ha un ruolo essenziale, riconosciuto al pari di altri settori indispensabili come la sanità o l’istruzione (anch’essi infatti nel nostro Paese presi d’assalto senza riguardo). Viviamo in un’epoca apocalittica e in una nazione in cui i partiti si svuotano allegramente delle ultime zavorre ideologiche. I cittadini assistono alle più bizzarre alchimie tra sigle mutanti che non comunicano più alcuna identità e ai funambolismi di chi viene eletto per afferrare un qualsiasi ruolo anche di sub-sotto-governo cui abbarbicarsi. Certi simboli sono scomodi. Non servono giornalisti che testimonino la verità. Sono più funzionali, nell’epoca G come Globalizzazione, moltitudini di precari senza speranza tra cui assoldare di volta in volta i propri prezzolati ubbidienti. Speriamo di avere la stessa fortuna di Little Nemo e di svegliarci presto anche da quest’incubo.

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Dario Fidora

Direttore editoriale

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