Marino, cosa significa essere un signore

Pasquale Marino, classe ’62, di Marsala, segno zodiacale cancro.

Comincio sempre così i miei “racconti” sui protagonisti del calcio e non è solo un vezzo ma un modo di inquadrare la persona, al di là del professionista, giocatore o allenatore che sia.

Dovessi definire con una sola parola Pasquale Marino, direi: “SIGNORE”, e userei non solo le maiuscole ma i caratteri cubitali: per lo stile e l’eleganza con cui si pone, nel bene e nel male delle vicende del suo lavoro, ma ancor di più per la riservatezza, il garbo e il rispetto che presiede ad ogni suo gesto, ad ogni sua decisione.

Come quella di dimettersi (pur avendo un altro anno di contratto) subito dopo l’eliminazione ai play off del suo Frosinone e di farlo pubblicamente ai microfoni di Sky con parole semplici, quasi asettiche: “ Per rispetto verso la società, verso i tifosi e, se mi consentite, verso me stesso, siccome il Frosinone ha fallito l’obiettivo, io , che sono l’allenatore, è giusto che mi dimetta”.

E io, che ero lì, davanti alla tv e avevo seguito partita per partita tutto il suo campionato e quella fatale semifinale play off col Carpi, ci sono rimasto male.

Avrei voluto chiederglielo subito, con una telefonata, visto che sono fra i pochi, giornalisti e non solo, che lui considera “affidabili”, ma non l’ho fatto, per quel rispetto che lui ha rivendicato per se stesso. Mi son detto: “Se va in tv e dice che si dimette, mi immagino quale bufera di emozioni sta vivendo in cuor suo… Meglio lasciarlo tranquillo!”.

E ho fatto bene: ho lasciato decantare impulsi ed emozioni e ho aspettato momenti migliori, pur temendo che non sarebbero mai arrivati… Finché…

Finché non ho letto su un quotidiano locale un’inesattezza grossolana. Questa: “Per il mancato raggiungimento della finale play off di serie B, il Frosinone ha esonerato l’allenatore Marino”.

Mi sono infuriato per lui, ed eccomi qui a prenderne le difese, seppure non ne abbia bisogno perché per lui parla la sua onorata carriera di allenatore, sempre all’insegna dello stile, in campo e nella vita.

Giocatore di medio valore in squadre, tranne Battipagliese e Potenza, tutte siciliane, Marino già a trentacinque anni iniziava dal basso la sua lunga carriera di allenatore. Che aveva i suoi momenti d’oro tra il 2005 e 2007, quando allenava il Catania, prima portandolo in serie A e poi salvandolo all’ultima giornata in un drammatico spareggio con il Chievo. Quelle furono le due uniche occasioni nella vita in cui tifai smodatamente – io tifoso rosanero fin nel midollo – per i cuginastri catanesi, solo perché sulla loro panchina sedeva un gentiluomo di stampo antico come Pasquale Marino.

L’anno dopo lo chiamò Pozzo, il patron dell’Udinese, e con i bianconeri friulani Marino riuscì ad esprimere il meglio di sé come allenatore, uno capace di dare un’impronta personale alla sua squadra con un gioco spettacolare, votato all’attacco, con esterni che volano lungo le fasce e un centravanti di cappa e spada a tramutare in gol i tanti cross che gli spiovevano davanti. Un gioco dispendioso nel quale ciascun interprete conosceva a memoria il suo spartito e dava l’impressione di saper giocare in ogni ruolo. Antesignano di quel modulo 3-4-3, che avrebbe fatto le fortune prima di Zaccheroni e poi di Gasperini, che assicura spettacolo, emozioni, risultati.

Ma, come nella vita, anche nel calcio (qui pure di più) la componente fortuna gioca la sua parte e fa e disfa la tela della carriera di un uomo. Quella di Pasquale Marino somiglia molto a quella di Penelope, che un giorno faceva e l’altro disfaceva. Così ha giocato con lui la fortuna: come una sirena incantatrice lo ha deliziato con le sue dolcissime nenie (Catania-Udinese), per poi scaraventarlo giù dal carro alato, come fosse un pinco pallino qualunque (Vicenza e, ora, Frosinone):

A Vicenza, l’anno scorso, Marino ha sfiorato la promozione (e oggi il Vicenza è tornato in Lega Pro). E ora al Frosinone, dopo un girone di andata strepitoso e un lieve, fisiologico calo in quello di ritorno, è arrivato ad un pelo dalla promozione diretta in serie A. Che gli ha soffiato in extremis il Verona, che, però, aveva speso una barca di milioni per mettere a disposizione di Pecchia una supersquadra, capace, sin dalle prime battute, di uccidere il campionato.

Ed invece abbiamo visto tutti com’è andata a finire: Marino, beffato dal Verona, ad un passo dalla serie A e, poi ai play off, dal Carpi, per un gol su punizione, nel quale le responsabilità del portiere sono innegabili.

Chi potrebbe mai addossare a Marino colpe precise per come sono andate a finire le cose? Nessuno, sempre che sia in buona fede e non abbia scheletri da tirar fuori dall’armadio a suo uso e consumo.

Se una squadra conclude la regular season a 74 punti come ha fatto Marino e non bastano per la serie A; se poi ai play off il Frosinone si vede superare sul filo di lana da avversari che in campionato hanno solo mangiato la sua polvere, cosa mai possiamo imputare al suo allenatore? Nulla, se non il fatto di non avere nessun feeling con la dea bendata.

E nonostante tutto ciò, Marino, appena dopo il triplice fischio che spegneva ogni residua speranza di promozione, ha sentito impellente il bisogno di presentarsi ai microfoni di Sky e annunciare le sue dimissioni. Gesto inaspettato e forse impulsivo, così giudicando a pelle. Ma io che lo conosco, so bene che, per impulso e/o rabbia, Pasquale non sarebbe mai arrivato a tanto. E che le motivazioni erano da ricercare nella sua natura di uomo perbene, che non scende mai a compromessi, soprattutto con la sua coscienza e il senso profondo dell’etica che ha sempre governato ogni sua scelta di vita.

Da innamorato del bel calcio quale sono, e ancor di più del calcio pulito, che resta sempre e comunque, lo sport più bello del mondo, auguro a Pasquale Marino, che ha ancora comunque tanta strada da percorrere nella carriera, di raccogliere gli allori che merita e di farlo il più presto possibile. Così che io – che invece non ho più che un pezzetto di vita davanti – abbia la possibilità finalmente di dirgli una cosa che mi tengo in pancia dal pomeriggio in cui, battendo il Chievo, salvò il Catania : “ Caro Pasquale, ti svelo un segreto, che deve restare tale vita natural durante: per colpa tua, io intemerato tifoso rosanero da una vita, ho tifato Catania tutto l’anno!”.

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