Direttore, scrivi per chi voti

Nessun endorsement nella campagna elettorale di Palermo. Gli uffici stampa dei candidati spingono verso la dichiarazione pubblica, con una sola eccezione. E nell’era dei social il clima è da guelfi e ghibellini

C’è una cosa che in Italia i giornali fanno assai di rado ed è dichiarare il proprio gradimento verso la politica di qualcuno. Che è cosa diversa dall’orientamento politico della testata, in linea generale, risaputo dai lettori essendo di fatto uno degli stimoli che li portano in edicola. L’endorsement (la dichiarazione a favore di…, ndr) è diretto, come quello che il New York Times ha fatto per Hillary Clinton nelle ultime presidenziali Usa, come quello del Corriere della Sera in favore di Romano Prodi e di Mario Monti (seppure italicamente più sfumato), tra i pochi precedenti che si ricordano a memoria nel nostro Paese.

I più maliziosi osservatori del costume italiano sostengono che in realtà dalle nostri parti, dove il tifo è ragione di vita, ce n’è poco bisogno perché tutti sanno per chi parteggiano i giornali. Situazione resa ancora più evidente dalla famosa discesa in campo di Berlusconi, già alla testa di un articolato gruppo editoriale.

A livello locale il fenomeno è ancora più netto: nessuna dichiarazione ufficiale che si ricordi da parte del Giornale di Sicilia, de La Sicilia, della Gazzetta del Sud o de La Repubblica nel suo dorso di Palermo. Se nessuno lo fa è lecito avanzare qualche supposizione. Forse la caratteristica antagonistica, in auge a nord come a sud, induce i giornali alla prudenza per paura di perdere lettori. O piuttosto la caduta di pregiudiziali ideologiche annulla i più evidenti elementi di contesa. O più verosimilmente i giornali hanno esaurito la vena pedagogica, come sottolinea Manlio Melluso, giornalista che cura l’ufficio stampa di Nadia Spallitta, candidata dei Verdi a sindaco di Palermo.

“Credo sia un bene – spiega Melluso – mantenere un certo equilibrio, non fornire soluzioni al lettore, portarlo a riflettere e a farsi un’opinione”.

Ammetterai che, in certe circostanze, l’endorsement non c’è solo formalmente.

“Vero, specie nel caso in cui i candidati, ad esempio, sono agli estremi. Mi sorprenderebbe non poco domani aprire il Giornale di Sicilia e leggere una dichiarazione del direttore in favore di Orlando o della Spallitta. E credo sia meglio così, che i giornali, anche a livello locale, si muovano nell’ambito dell’informazione pura. Sarà una visione superata…”

Di parere opposto, Alfonso Lo Sardo, responsabile dell’ufficio stampa di Saverio Romano e del Cantiere Popolare. In un suo articolo per DiPalermo, blog che da poco settimane ha sospeso le pubblicazioni (a proposito Francesco, ripensaci…), incitava a gran voce i colleghi a superare questo tabù: “I nostri giornali ne guadagnerebbero in credibilità – precisa Lo Sardo – e si eviterebbero equivoci. Ogni giorno raccontano la politica locale, non sarebbe più giusto che il direttore spiegasse quale a suo avviso è il candidato migliore e perché? Il giornale non perderebbe autorevolezza, tutt’altro. Si sgombrerebbe il campo da ogni ipocrisia e si offrirebbe al lettore un parametro di giudizio nella massima trasparenza”.

Nel suo articolo Lo Sardo citava anche lo studio di Amalia Zucaro, dell’Università Sapienza di Roma, sul ruolo dei giornali nella società contemporanea.

“Gli americani partono dal presupposto – sottolinea Zucaro – che i giornali svolgano il loro compito di cane da guardia della democrazia nell’interesse esclusivo dei cittadini. Vedono l’endorsement come un’opinione prettamente giornalistica che il lettore può condividere o meno. Non si tratta di endorsement ideologici ma di chiare e oneste valutazioni sulle capacità del cittadino”.

“Nello studio della Zucaro – continua Lo Sardo – si evidenzia la scarsa autonomia del giornalismo italiano dalla politica. L’endorsement può rappresentare un momento di chiarezza. Anche perché i lettori non sono stupidi e comunque un’idea sull’orientamento dei giornali se lo fanno dopo un solo articolo. Volete che non sappiano per quale candidato fa il tifo La Repubblica…”.

“In linea di massima sarei d’accordo all’endorsement – aggiunge William Anselmo, direttore di Mediagol e giornalista dello staff di Ugo Forello – si avrebbe l’opportunità di capire se certi articoli seguono il flusso della cronaca o sono dettati da una scelta. Non so se applicabile al 100%, penso per esempio, ai giornali online in cui è più facile trovare una redazione più eterogenea. Però sarebbe un bel momento di democrazia se domani tutti i giornali, attraverso i loro direttori, svelassero le loro scelte”.

Dello stesso avviso, anche se da un altro punto di osservazione, è Pietro Galluccio, il giornalista che da anni segue l’esperienza politica di Leoluca Orlando. “Se si ha un orientamento preciso, penso che sia più corretto che le prese di posizione siano esplicite e portate a conoscenza dei lettori. Preferisco la professionalità e l’onesta intellettuale agli infingimenti”.

Riprendendo le parole di Galluccio, il problema è proprio nella affermazione dell’onestà intellettuale e nella sua difesa ad oltranza dagli attacchi delle tifoserie che, soprattutto sul web e grazie ai social, rappresentano un costante momento di confronto, raramente costruttivo. Lo abbiamo constatato recentemente con due articoli (Il sottile filo che lega Orlando e Cuffaro e il successivo La mafietta al tempo del voto) che hanno scatenato la reazione della curva sud (chi frequenta lo stadio sa che è diversa dalla nord…), giudice supremo e infallibile delle tue presunte nefandezze.

Specie in clima elettorale, chi legge vede in ogni critica, anche la più legittima, un attacco al “re”. E come nei confronti politici si tende alla delegittimazione, non si entra nel merito dei fatti, si preferisce ricorrere alle etichette per considerarti dalla parte dei nemici giurati. L’aria putrida che si è respirato per troppo tempo ha disabituato al confronto, come se guelfi e ghibellini facessero ormai parte del nostro Dna e non della nostra storia.

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