Todaro e la Legalità sotto scorta

L’imprenditore antiracket è assessore designato da Ferrandelli. “Non si può solo protestare, bisogna metterci la faccia. Le alleanze scomode? Nessuno condizionerà il nostro lavoro. Orlando ha privilegiato la visibilità alla vivibilità. Mi ha anche diffamato e non posso dimenticarlo. Vivere protetto? Vorrei conoscere quel cretino che sostiene sia un privilegio”

Giuseppe Todaro parte con una provocazione che tornerà utile quando spiegherà il motivo che l’ha spinto ad accettare la designazione ad assessore alla Legalità e Trasparenza da parte di Fabrizio Ferrandelli. “La parola che detesto è antimafia. E ci mancherebbe di non essere contro la mafia. La mafia è una piccola minoranza, la maggioranza delle persone sono fortunatamente contro la mafia. Quel termine antimafia che diventa attribuzione di una patente speciale, fa diventare straordinaria una cosa ordinaria. E a me, che ho visto la mafia da vicino, è una cosa che mi fa rabbrividire”.

La storia di Todaro è più che conosciuta. Si è ribellato al racket del pizzo, ha denunciato, ha guadagnato la libertà dall’oppressione mafiosa e una nuova vita. Da anni vive sotto scorta, ma si sente libero più di prima perché affrancato dal giogo mafioso.

È nel Consiglio di Amministrazione di Gesap nella fase del dopo Helg, sotto la bandiera della Camera di Commercio. È proprio studiando le carte a Punta Raisi che ha cominciato ad apprezzare Ferrandelli. “ Ho studiato e catalogato ben 23.500 documenti del Consiglio d’Amministrazione e mi sono accorto che molte delle denunce che Ferrandelli faceva contro una parte della dirigenza si sono poi rivelate fondate. È chiaro che bisogna attendere i processi, ma leggere quelle carte mi ha molto colpito”.

Perché ha deciso di partecipare alla contesa Orlando – Ferrandelli che sta spaccando quasi in verticale Palermo?

“Lo sport nazionale preferito dei salotti, e non solo a Palermo, è dire che fa tutto schifo. Non è più sopportabile, così come assistere passivamente al fatto che i nostri figli chiedono di andare a studiare fuori. Significa che la generazione a cui io appartengo ha fallito, che non ha saputo creare il contesto per soddisfare i giovani. Parliamoci chiaro, i giovani che vanno via per necessità sono la prova del decadimento di una città. E allora non posso più girarmi dall’altro lato, non l’ho fatto nemmeno contro la mafia, voglio provare a dare il mio contributo e a metterci la faccia”.

La delega su Legalità e Trasparenza è stata presa di mira dai detrattori di Ferrandelli, ancora per via di alleanze scomode

“Sapremo lavorare da squadra, non ci sarà modo perché qualcuno possa influenzare il nostro lavoro. E non c’è bisogno di fare nomi e cognomi”.

Sul piano personale non teme attacchi personali come quelli del primo periodo di Gesap?

“Orlando mi ha diffamato pesantemente e non posso dimenticarlo. Io non sono così stupido da pensare che tutto il bene sta dalla nostra parte e il male dall’altra. Però sulle cose voglio ragionare: il sindaco ha privilegiato la visibilità alla vivibilità. Noi dovremo essere bravi nel salvare quanto di buono ha fatto e agire sui problemi che, credetemi, non sono pochi. Noi, per esempio viviamo un’occasione unica per il turismo, anche se non per merito nostro quanto per la scarsa sicurezza di molti Paesi africani. Sappiamo, per le analisi effettuate dalla Gesap, che per il turismo il primo impatto è fondamentale. Non vi sembra determinante mostrare una città pulita? Ecco perché dico che c’è molto da lavorare. Certo, dire una cosa del genere ad Orlando equivale a farsi disintegrare. Però lo ripeto, non ho avuto paura della mafia…”

Della sua vita sotto scorta parla con rabbia e rispetto.

“Il rispetto lo devo agli uomini che sono diventati una parte di me. La loro presenza è discreta e anche per questo non finirò mai di ringraziarli. La scorta è garanzia di sicurezza e contemporaneamente il simbolo del fallimento della nostra società. Vorrei conoscere di persona quel cretino – e non è isolato – che dice che avere la scorta è un privilegio. Da anni non posso fare un giro in moto con mio figlio o all’improvviso decidere di andare a prendere un gelato con mia moglie. Detto questo non mi sono mai pentito delle mie scelte. Anzi, lavoro per convincere gli imprenditori taglieggiati a denunciare, vado nelle scuole a parlare della mia storia e di come si può vincere la sfida contro la criminalità organizzata. Ci vuole la repressione, il convincimento alla denuncia ma soprattutto creare una vera cultura della legalità partendo dalla scuola. Noi stiamo gettando le basi, ma a battere la mafia potranno essere i nostri figli”

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