Il sottile filo che lega Orlando e Cuffaro

Leoluca Orlando e Salvatore Cuffaro

Un destino comune, quello di essere indispensabili ciascuno per il proprio schieramento. Hanno la stessa matrice politica e nel 2000 furono persino alleati a Palazzo delle Aquile. Quella dell’11 giugno per il Comune di Palermo è l’ennesima sfida di due uomini che non sanno vivere ai margini

C’è un convitato di pietra in questa campagna elettorale ed è Totò Cuffaro. È presente anche quando non c’è e non si vede. Come quando era in galera e non poteva esserci ma si trovava sempre qualcuno pronto a tirarlo per la giacchetta. Allora era un vezzo dei suoi che provavano a utilizzarne il nome per sfruttare l’onda lunga della nostalgia. Oggi sono i nemici a tenere vivo in piazza il cognome più ingombrante della Sicilia.

Non sembri un paradosso. Cuffaro, anche suo malgrado, è stato sfruttato, a destra quanto a sinistra. Negli anni dell’assenza fisica faceva comodo rievocarlo per rosicchiarne l’unica eredità, quella dei voti e delle relazioni costruita in tanti anni di Democrazia Cristiana e di potere. E dall’altro lato è sempre stato più che conveniente rimarcarne la presenza nello schieramento avversario, quale marchio d’infamità.

La reputazione di Totò Cuffaro per certi aspetti è cresciuta con la carcerazione, come quello di Jim Morrison, famoso da vivo, eterno da morto. L’aver saputo sopportare con rispettabile dose di forza d’animo le privazioni del carcere ha accresciuto la considerazione che si aveva di lui. Ciò che è il rispetto di un dispositivo di sentenza, ecco che viene letto come atto di eroismo, la normalità che assurge a mito. La verità è che il centrodestra in Sicilia è imprescindibile da Cuffaro. Finita la sbornia del berlusconismo – a cui comunque i cuffariani non si sono mai inchinati anche negli anni del loro massimo fulgore, è rimasto davvero poco. Senza considerare che quando Miccichè ha avuto necessità di vincere, con il pragmatismo che lo distingue, non ha esitato a mandare proprio Cuffaro in avanscoperta.

E dopo? Non ha avuto bisogno Raffaele Lombardo della benedizione del suo predecessore per conquistare craxianamente (poco consenso, massimo potere) la poltrona di Governatore? E cosa rappresentava Giovanni Avanti, candidato alla presidenza della Provincia di Palermo ed eletto con record di voti, se non la continuità di quella corrente di pensiero? Ancora oggi, se si dovesse scegliere un nome nuovo per Palazzo D’Orleans, sarebbe così facile indicarlo e si potrebbe fare a meno di questo importante pezzo di vetusta Dc? Domanda retorica. La condanna di Cuffaro è proprio quella di non potere avere una vita diversa da quella a cui lo costringono amici e nemici. Per i primi un santo da evocare, per i secondi satana da rinnegare. Senza Cuffaro, e l’idea di politica che egli rappresenta, il centrodestra non è stato ancora in grado di disegnare nuove traiettorie. La prova è che per tentare con qualche speranza a contrastare Orlando sul suo campo – il ristretto ambito della città di Palermo – si fa ricorso a Fabrizio Ferrandelli che di centro destra non ha proprio nulla.

Il destino di irrinunciabile Cuffaro lo divide proprio con Leoluca Orlando, l’uomo per cui forse prova il sentimento più vicino all’odio. La matrice è comune, democristiana, corrente di sinistra. Ma è l’unico punto di contatto di quella stagione lontana. Anzi ce n’è un altro, di 17 anni fa, un piccolo e causale reperto storico della politica palermitana.

Erano i tempi dell’Udr, il partito di Cossiga nel quale confluì anche Cuffaro al finire degli anni 2000. L’ex Capo dello Stato virò a 360 gradi portando le sue truppe nel centrosinistra e Cuffaro, uomo di destra, fu risucchiato, a livello nazionale e poi anche locale, nella coalizione avversaria. Cuffaro aveva il suo assessore nella Giunta Orlando, la sua presidenza di municipalizzata, era corteggiato e riverito. Certo, erano i tempi precedenti alla condanna e anche al duello per le regionali in cui Orlando rese all’avversario mezzo milione di voti.

Anche Orlando, come Cuffaro, è un totem dal quale non si può prescindere. Se il centro sinistra vuole continuare a governare Palermo deve sopportarne con sorrisi e riverenze, la sua totale avversione per sigle e partiti. Tutte le volte che il Professore si è tirato indietro è stata una catastrofe. Basta ricordare la prima vittoria di Cammarata e la percentuale che ottenne Crescimanno. Senza Orlando che intercetta anche i voti non suoi e che oggi riesce a frenare il voto di pancia altrove patrimonio dei Cinquestelle, il centrosinistra fatica assai. Come Cuffaro, Orlando ha dovuto invadere il campo avverso, accettando frange da sempre a lui ostili (praticamente tutti…) ma imponendo la rinuncia ai simboli come se così l’operazione fosse meno incoerente e più civica.

Anche Orlando è una presenza ingombrante, destinata a oscurare chiunque si allontani dal suo cerchio di luce. In questi 30 e più anni non uno dei suoi seguaci ha potuto indipendentemente fare carriera, il massimo che concede è essergli vice. Sono caduti tutti, uno dopo l’altro, nell’anonimato assoluto. Tutti incapaci? Bisogna scomodare Freud? Fa eccezione Fabio Giambrone, cresciuto e svezzato come un figlio e a cui come ad un figlio ha trasferito consenso (e cariche).

Orlando ha dovuto promettere alla sua platea, pochi giorni fa, che sarebbe stata la sua ultima volta. Non ha fatto sforzo, potrebbe mai pretendere di fare il sindaco vicino agli 80 anni? L’ha dovuto gridare e molti avevano gli occhi lucidi, consapevoli che senza questo peso massimo vincere non sarà più tanto semplice. Cuffaro è meno esplicito ma, da uomo intelligente, avrà capito che l’addio alle scene è davvero dietro l’angolo

Oggi Orlando sa di essere indispensabile, Cuffaro lo spera. Un sottile filo ne lega le esistenze: nessuno dei due sa vivere ai margini, è questo il loro destino comune.

 

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