Tanino Troja, “il bel saraceno”, mitico eroe dei tifosi rosanero

Lui del ’44, io del ’41: rieccoci insieme, dopo chissà quanti anni (che ormai non sapevo più niente di lui) in occasione dell’intitolazione del piazzale dello Stadio Renzo Barbera a Cestmir Vycpalek: una mano sulla spalla e io che gli racconto…

E invece dovrebbe essere lui a raccontare a me.

Lui, Tanino Troja, palermitano purosangue di Resuttana, che si prese i miei primi sogni di supertifoso rosanero subito, al suo debutto in maglia rosa contro il Trani, che aveva appena vent’anni. E bagnò quel debutto con due gol così belli che ancora ce li ho stampati nelle pupille degli occhi.

Non ci crederete – e infatti quasi non ci credevo neanche io – ma quella dolce e solatia mattina di ottobre nel ritrovarmelo davanti, dopo tanti anni, così cambiato eppure così ugual al mio mito giovanile, la prima cosa che gli dissi fu: “Per colpa tua io ho avuto nel calcio la mia prima delusione!”. Lui si è subito irrigidito e ha sgranato gli occhi, così io ho aggiunto: “Sì, però, fu per merito tuo che ho provato una delle mie più belle gioie da tifoso!”.

Stempiato, imbolsito, immalinconito, ecco come l’ho ritrovato quella mattina, ma sono bastate queste mie poche parole per accendergli il fuoco nelle vene e vedergli balenare negli occhi le scintille di quando in campo accendeva la fantasia e la passione dei tifosi: “Dimmi… Dimmi… Fammi capire…”.

Gli raccontai che la prima volta che lo vidi all’opera come calciatore, lui aveva sedici anni ed io poco più di diciotto e ci contendevamo al “Campo Militare del Giannettino” la finale del Torneo Interstudentesco “Italo Giglio”. Lui era l’ariete del Cannizzaro (o del Duca degli Abruzzi, chissà?), io, l’ala sinistra del Garibaldi. Vinsero loro, anzi vinse lui, con un tiro dal limite dell’area che sembrava una fucilata.

“E la gioia che ti ho dato, invece?”

“Beh, quella risale al tuo debutto col Palermo, fine agosto o primi di settembre del ’64: Palermo-Trani 3-0, e due gol tuoi!”.

“Ah, sì ricordo, quello fu un bell’esordio… Ero un ragazzino, mi mangiavo l’erba, la bruciavo… Fu Szekely a gettarmi nella mischia. Mi disse solo: “ Ragazzo, tu hai tutto per sfondare… L’avversario, guardalo subito negli occhi, così gli fai capire che non hai paura!”. E io non ne avevo… Prima… Poi, però, nello sbucar fuori dal tunnel degli spogliatoi, sentii forte il boato della folla e, per un istante, mi tremarono le gambe. Se ne accorse capitan Benedetti, che mi sussurrò qualcosa in un orecchio… Non ricordo cosa, ma bastò a rimettermi in sesto… Appena fuori, sotto il sole cocente, respirai forte per tenere a freno il cuore che batteva all’impazzata… In campo, appena toccata la prima palla, ero già una furia…”.

Tanino racconta e si infiamma, si accalora, si rianima e quel velo di malinconia se ne va per conto suo: adesso Troja è di nuovo quel gladiatore invincibile che mio fratello Vladimiro, che per i soprannomi aveva un estro particolare, chiamava “Il bel saraceno”.

Io mi guardo bene dall’interrompere quel flusso magico che gli riscalda il cuore, lo lascio parlare e anch’io vago libero e felice tra i ricordi che lui mi ha lasciato. Due su tutti: il gol di testa in tuffo a filo d’erba al Cagliari di Gigi Riva, con un Albertosi rimasto di sale davanti a cotanta prodezza e quello in rovesciata contro il Genoa, che io mi vidi davanti agli occhi perché mi trovavo proprio lì, in Curva Sud. Un’acrobazia dell’altro mondo, una palla che gli arrivava dal fondo alta e tesa, io dico: ora la prende di testa, dove lui è insuperabile… Invece, lui che disdegnava i gol facili, s’inventò quella rovesciata ad altezza d’uomo per colpire quel pallone e infilarlo proprio all’incrocio dei pali.

Finito il racconto, Tanino mi guarda e sorride. Poi, come un bambino colto con le mani nella marmellata, sospira: “Tanti anni fa… Una vita fa… Che non c’è più!”. E gli torna negli occhi quel velo di malinconia. Lo abbraccio, lo stringo forte, gli dico: “Tanino, ma che fai, ti commuovi? “. Lui mi guarda fisso e con quel suo vocione rombante che sembra un megafono, dice. “Sono qui solo per lui, per Cesto, che ha contato molto nella mia vita, perché ormai non mi piace più farmi vedere in giro… I tifosi mi vogliono bene, ma mi fanno sempre le stesse domande…”.

“Quali, Tanino?”

“ Mi chiedono sempre di raccontare i miei gol più belli. Sono ricordi bellissimi, ma più il tempo passa, più mi rattristano…”.

E un po’ rattristano anche me perché penso a quello che poteva essere e non è stato. Penso che non aveva nulla da invidiare ai grandi attaccanti dei suoi tempi, Boninsegna e Riva, su tutti, solo che loro arrivarono fino in cielo e a lui, invece, toccò appena sfiorare le nuvole, sotto. Molto sotto.

Prima di un ultimo abbraccio, mi soffiò in un orecchio: “Mi facevano molto male i pettegolezzi di quei tempi, dicevano che, invece di allenarmi, mangiavo e bevevo, come non dovrebbe fare un atleta. Si inventarono perfino un Tanino Troja divoratore di arancine e polpo majolino. Cattiverie, solo stupide cattiverie e non avrei dovuto tenerne conto, e invece…”.

Da quella mattina allo Stadio non l’ho più visto e sentito. Spero che stia bene e che riesca finalmente a liberarsi di certi pensieri molesti. E dei cattivi ricordi faccia un bel falò e si tenga stretti invece solo quelli belli: il gol al Cagliari e quello al Genoa.

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