Lomonte sindaco per una notte

Tra sogno e realtà, il significato di vittoria per il candidato di Siciliani Liberi. La nuova urbanistica di Palermo che non concede spazio al tram, la sinergie delle istituzioni culturali, la città a misura di famiglia. E la voglia di smentire sondaggi e giornalisti…

Ho fatto un sogno e in questo sogno Ciro Lomonte vinceva le elezioni e diventava il sindaco della mia città. Molto avrà influito il fatto che ieri ho preso una boccata d’aria fresca a Villa Zito, semi nascosto tra circa 500 persone convenute per dare sostegno alla sua candidatura. Gente che con la politica non ha mai avuto alcun contatto e non ha favori da chiedere, professionisti delusi dalla politica che gli chiedevano il favore di mandarli tutti a casa (gli altri, nessuno escluso), giovani densi dell’entusiasmo della prima volta, qualcuno avanti con gli anni a cui è tornato il ghiribizzo di sentirsi determinante, facce pulite di persone perbene. Una bella squadra con cui non si vince il campionato, ma che resta bella da veder giocare.
Poi bisogna vedere, in realtà, di quale vittoria e di quale campionato si parla. Per la Juve vincere significa scudetto, per il Chievo la parola vittoria è uguale alla salvezza. Quale campionato sta giocando Ciro non ci vuole molto a capirlo. La sua è una testimonianza di esistenza in vita dell’ideale dell’indipendentismo coniugato in salsa moderna, senza rinunciare alle radici storiche e culturali e trasferendo i concetti di partecipazione attiva e solidarietà alla pratica dell’amministrazione pubblica.
Lomonte due mesi fa partiva da zero, Massimo Costa e la squadra dirigente di Siciliani Liberi ha puntato sulla sua capacità comunicativa per una missione impossibile: portare il Movimento per la prima volta in Consiglio. Da allora è partita un’azione capillare, condominio per condominio, per promuovere le idee, la faccia e lo stile di questo nuovo aspirante sindaco e per scrollarsi di dosso una zavorra assai pesante. In Italia – e in Sicilia in particolare – quando si sente parlare di indipendentismo, o di autonomismo che è la sua versione più edulcorata,  vengono alla mente due personaggi: Bossi, con la sua prima versione della Lega, e Raffaele Lombardo. Per niente facile vincere la diffidenza della gente con questa premessa, spiegare che tu sei un’altra cosa,  peraltro senza mai alzare i toni della contesa perché a essere un po’ “cafoncello”, come si usa in campagna elettorale, proprio non ci riesce. Ciro con Umberto e Raffaele non ha niente a che spartire. Uno stratega di mestiere gli consiglierebbe di cambiare brand. Ma la base sembra ancora molto motivata quando si accenna all’idea di una Sicilia libera. E alla condivisione Ciro non sa rinunciare.
Con questa premessa, vittoria è superare la quota di sbarramento ed entrare in Consiglio. Diventare sindaco è chiaramente un sogno.
Nel mio sogno ciò è diventato possibile. Il suo approccio francescano ha evidentemente avuto la meglio sull’aggressività dei suoi rivali. Non so come ha vinto, con quale distacco, se al primo turno o al ballottaggio. Ma ha vinto e me lo ritrovo davanti, ieratico come sempre, stanco ma disponibile per la prima intervista, nonostante con igiornalisti non abbia vissuto giorni sereni a causa di sondaggi e previsioni.
Mi parla del nuovo assetto urbanistico che vuole dare a Palermo e non parla soltanto del vestito da cambiare ma di una nuova concezione di città. Mi parla della mobilità, del no netto al tram, di un sistema di trasporto pubblico che deve essere potenziato, di servizi a misura delle esigenze della famiglia. Vuole il Museo del Jazz e mettere a sistema le istituzioni culturali della città. “Non sono cose da sogno – dice – “. E quando lo dice mi sveglio.
Lomonte sindaco per una notte ha finito il suo mandato? Sembra di si. Da domani proverà a diventare il sogno di altri palermitani. Quanti? Quelli sufficienti a riempire la tribuna dello stadio Barbera. Difficile ma non impossibile.

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