Falcone spiegato a mio figlio

È nato nel 2000 e il giudice non l’ha mai visto da vivo. Ha cominciato a conoscerlo passando ogni giorno davanti all’albero di via Notarbartolo. E come in una moderna Odissea ha scoperto gli altri personaggi, da Chinnici a Giuliano, da Cassarà a Borsellino. E la trama di un unico racconto che parla di lotta alla mafia. Oggi è il 23 maggio e ci sono molte cose che mio figlio non sopporta…

Mio figlio è nato nel 2000, Giovanni Falcone non l’ha mai visto una volta da vivo. Solo fotografie, interviste televisive, racconti e articoli di giornale: è questa la sua memoria interna del giudice forse più famoso al mondo. Di Falcone ha cominciato a sentire parlare presto, l’albero di via Notarbartolo è sulla direzione di casa. L’aveva incuriosito, com’è naturale, quella massa di biglietti appesa al fusto. “Si chiamano pizzini”, fu la mia prima spiegazione. Partì così il racconto a puntate di Giovanni Falcone, poco per volta, qualche particolare in più man mano che passavano gli anni e fosse più in grado di avere un quadro d’insieme, della nostra città, della mafia alla quale vivi accanto ogni giorno anche se non te ne accorgi, alla mafia che non è soltanto una parola ma la sottolineatura di una maniera d’essere.

Una volta quando erano piccoli, mio figlio e la sorellina di 3 anni più grande, dimenticammo di portarci in vacanza il libro delle fiabe, la cui lettura metteva fine alle nostre giornate. E allora cominciai a raccontargli la storia, L’Iliade, l’Odissea, Garibaldi e i Mille, la Rivoluzione francese e qualcosa della Seconda Guerra mondiale. Si appassionarono e il rito continuò per anni. La primogenita, peraltro, metteva a frutto anche in classe quel bagaglio inconsueto di storia, stupì la sua maestra elementare con una dotta citazione del tallone d’Achille.

Così al ritorno da scuola, passando davanti all’albero, il rito del racconto si ripeteva. Gli eroi erano altri, non più Achille ed Ettore, Garibaldi e Robespierre. L’epica si giocava in strade conosciute, in via Notarbartolo e non a Itaca, era la sentenza di un tribunale il cavallo di Troia che ti faceva vincere la guerra e l’astuto Ulisse, nel nostro caso, aveva le sembianze di un giudice la cui espressione non era meno incisiva. Parlare di cronaca come fosse storia abitua a ragionare sulle cose, contribuisce a formare opinioni, a sentirsi parte attiva del narrato.

Mio figlio ha conosciuto Giovanni Falcone 10 minuti al giorno e non tutti i giorni perché a volte l’eroe era Pastore e un’altra volta la tragedia aveva le sembianze di un voto così così. Ha conosciuto Falcone scrutando l’atrio della casa in cui abitava, ascoltando il racconto di Capaci e del perché la mafia riteneva necessario ucciderlo e in quel modo, tentando di capire perché non era diventato capo dei giudici di Palermo – semplificazione necessaria per evitare l’introduzione di termini desueti per un bambino quali Procura, Csm e via dicendo – scoprendo che Francesca Morvillo, la moglie che con lui è morta, era un magistrato. E gli altri personaggi, Rocco Chinnici, il cui luogo dell’agguato è proprio di fronte la casa del compagno di banco, e Pio La Torre e andando più indietro Cassarà, Montana e Giuliano, sino a rendere la trama unica perché unica è la storia. E Borsellino, ovviamente, il collega più stimato, l’amico più fidato con cui ha condiviso il destino.

Raccontare di Buscetta e maxi processi può risultare noioso, sicuramente è meno affascinante dell’Odissea. Ma siamo proprio sicuri che i nostri figli non preferiscano eroi in carne e ossa a quelli della mitologia?

Viene, comunque, il giorno in cui il racconto è più denso di opinioni e che queste diventino bilaterali. Io racconto il mio Falcone la cui fisionomia è strettamente correlata al vissuto di quel tempo e alla mia città di quel tempo. Mio figlio mi racconta il suo Falcone, l’uomo che non ha mai conosciuto ma per il quale ha sfilato in corteo, sul quale ha fatto assemblea nei collettivi politici del liceo, verso il quale ha quel rispetto che non nutre sino in fondo per la kermesse che si ripete ogni 23 maggio a Palermo. La vorrebbe più spontanea e popolare. E soprattutto meno istituzionale. Porta addosso quel sacro idealismo che gli fa individuare gli eccessi della retorica come avesse una bacchetta rabdomante, quella retorica a cui “noi dell’altra generazione” siamo forse abituati e che colpevolmente accettiamo come inevitabile contorno commemorativo.

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