Gli anni di Ferro

Ferruccio Barbera

Dodici anni senza Ferruccio Barbera. Le strade di Palermo che ne hanno segnato la vita. Gli anni della televisione con Marcello Mordino. L’avventura di Pubilla e il matrimonio con Nadia Speciale. La riapertura del Teatro Massimo: ecco come nasce il detto “i nemici delle contentezza”. Il rapporto con Leoluca Orlando e con Fabio Granata. E il suo spirito che rivive nel figlio Lorenzo

La più significativa definizione di Ferruccio Barbera nasce dalla penna di Roberto Alaimo: affamato di futuro. Anche se, ragionando sul suo di futuro, Ferruccio non lo vedeva di lunga gittata. Forse per gioco e/o per scaramanzia le riunioni di lavoro, quelle dei primi anni televisivi, le concludeva con un laconico “Facciamo presto perché non diventeremo vecchi”. E ci ha preso, perché se ne è andato 12 anni fa, il 26 di maggio, ad appena 53 anni.
In quelle sedute gli “additivi” non mancavano e noi prendevamo quella insolita malinconia come il conseguente effetto collaterale. O piuttosto come un invito gentile a occuparci in fretta di quella routine presente anche nei processi creativi dalla quale lui si auto dispensava. Del resto puoi chiedere a Maradona di marcare l’uomo?
Ferruccio, già allora Ferro ma solo per i più intimi, le partite te le faceva vincere da solo. Erano i tempi di Cts, di Beppe D’Amico e Marcello Mordino, del primo esempio di divismo televisivo locale. Ogni giorno bisognava chiamare i carabinieri per contenere la folla di teenager (e anche di qualche mamma che non disprezzava l’articolo…) che bloccava l’accesso principale della tv in via Matteo Dominici. Con Io vedo Cts fece invecchiare di colpo tutti gli altri programmi concorrenti. E dire che di personaggi allora ne giravano, da Antonio e Marcello a Ilona Staller (in versione soft e non ancora hard), da Gianni Creati a Claudio Lippi. Il format nacque quasi per caso. Ferruccio da responsabile marketing del Latte Barbera aveva sponsorizzato una trasmissione di Radio Cinema, guidata da Beppe D’Amico. Semplice ma efficace la formula: telefonate a sorpresa del conduttore Totò Messina nelle case dei palermitani, subito dopo pranzo. Se rispondevano cantando “Io bevo latte Barbera, trallallero trallalera….” Vincevano una moto Honda 125. Di vincitore se ne ricorda soltanto uno, Salvatore Sammartano, oggi medico della Asl. Fu un successo strepitoso che diede la stura ad una psicosi da scherzo telefonico in quella fascia oraria. E siccome Beppe e Ferro avevano naso, pensarono di trapiantare la formula a Cts, di cui D’Amico era diventato direttore.
Ma facciamo un passo indietro, al periodo in cui Ferro era ancora un figlio di e, in certi ambienti, un fratello di. Di Renzo, padre e presidente, si sa praticamente tutto. Di Giuseppe, il fratello maggiore, si conosce la militanza politica in Lotta Continua, le sue frequentazioni, da Rostagno a Vincino, l’ambiente che circolava in via dei Nebrodi, a Villa Barbera e che aveva affascinato ma non contagiato Ferruccio. Lasciare la villa per una vita autonoma nel pieno centro di Palermo, in via Dell’Orologio, sembrò una cosa naturale, quasi quanto il matrimonio precoce, per non smentire la sua vocazione di uno che ama prendere la vita di petto. Giovanissimo sposò Marina Zalapì. Una coppia bella (l’estetica gioca sempre a favore dell’alta borghesia…) ma autodistruttiva. Il matrimonio durò un anno o poco più, Ferruccio andò in esilio a Pantelleria, il buen retiro della famiglia. Quando tornò a Palermo cominciò davvero un’altra vita, il lavoro nel ramo delle assicurazioni e poi nell’azienda di famiglia. Che anni sono quelli a Palermo? I terribili anni ’70, da noi senza terrorismo ma con un pericolo ancora maggiore perché Palermo era il crocevia dello smercio di stupefacenti di ogni genere. È il nuovo affare della mafia, altro che contrabbando di sigarette, prostituzione, usura e gioco d’azzardo. Con la droga si fanno i miliardi. E, come spiegò Marino Mannoia, a Palermo si raffinava l’eroina da servire sui mercati e la cocaina scorreva a fiumi.
Tanti figli di quella generazione, della generazione di Ferruccio, non hanno visto l’alba del nuovo millennio, caduti uno dopo l’altro, vittime di un ideale che tardavano a scorgere e del cinismo di spacciatori senza scrupoli. Chi riuscì a farla franca dovette ringraziare il dio fato e anche il sostegno della famiglia, fattore che in quel momento fece la differenza. Vivere a Palermo negli anni ’70 non fu per nulla semplice, tutto avveniva sotto traccia, l’antitesi del mondo che Ferruccio cominciava a costruirsi attorno.
La prima volta che parlammo di lavoro fu, ovviamente, di calcio. Era un estimatore di Sotto l’Erba, la trasmissione corale condotta da Salvatore Geraci ma del cui successo – bontà sua – mi riteneva l’artefice principale. Voleva trasformare quel format in un gioco ancora più grande. Mi propose di fare assieme un’ora il lunedì con la partecipazione in studio di giocatori in veste di conduttori. La formula era innovativa, ma la conduzione dei giocatori rendeva difficile la parte critica. Rifiutai e Ferro andò avanti lo stesso lanciando Arcoleo, Magherini e Silipo quali conduttori. Lui e Marcello Mordino avrebbero dovuto curare una sorta di anteprima. D’Amico lo convinse a giocare un’altra partita, simile a quella di Radio Cinema. Solo Ferruccio, che conosceva i numeri fatti con il latte Barbera, poteva intuire che la cosa avrebbe funzionato. In poche settimane, praticamente senza numeri zero, partì la trasmissione che avrebbe rivoluzionato la televisione locale a Palermo. E anche la sua vita. Gli sponsor si facevano raccomandare per pianificare su Io vedo Cts a patto che la pubblicità fosse personalizzata da Ferruccio e Marcello. Fosse dipeso da D’Amico la trasmissione sarebbe andata avanti per un decennio, Ferruccio seguì l’istinto e, come Arbore, sul più bello si fermò.
Era il 1981, si volta pagina. Gli anni ’70 sono un passo appena dietro, eppure a casa Barbera sembra passato un secolo. Renzo non è più presidente, la Dc meno “aulica” ne ha chiesto la sostituzione, per continuare a mantenere la squadra servono altri profili che Salvatore Matta non esita a reperire. E Ferruccio comincia a immaginare una vita da dietro le quinte. Organizza la Festa dell’Unità al Giardino Inglese, vara un format televisivo corale, chiamato Belvedere, ispirato a metà da L’altra Domenica e dai Blues Brothers. Stavolta sono con lui, assieme a Riccardo Di Blasi alla regia, e poi Marcello Mandreucci, Fofò Montalbano e Nino Muratore. La mitica Nadia, allora moglie di Pippo Vaccarella, dj resident dello Speak Easy, lo affianca nella conduzione. Dalla redazione arrivo in rinforzo l’attuale capo dell’Ansa Sicilia, Franco Nuccio a cui affida le inchieste giornalistiche, al cast pensa Gianni Matranga, allora patron di Radio Palermo Centrale. Il suo colpo ad effetto si chiama Roberta De Grandi, la figlia di Ninetto, ex calciatore, allenatore e ds del Palermo, che firma le scenografie. Si ricompone, per via filiale, la coppia da serie A Barbera-De Grandi. Una gran figata per la comunicazione, la trasmissione sfonda, gran successo, soprattutto di critica. Otto puntate tutte d’un fiato. Fu l’ultima apparizione a Cts, poi una parentesi a Tele L’Ora nell’estate del Mundial ’82, prima di dedicarsi interamente a Pubilla, la sua creatura, la prima agenzia pubblicitaria a Palermo in “stile moderno”. Il colore dominante è l’arancione, infatti sono diversi a Pubilla i sannyasin, i seguaci di Osho che hanno l’obbligo di vestire di arancione.
La sede è in via Messina che, in quegli anni, sembra il cuore della città. C’è Ellepi dagli inizi dei ’70, il negozio di dischi di Alba D’accardi che in realtà è anche un salotto musicale. Il luogo dove conoscere la musica, un moderno Shazam dove andavi a fischiare il pezzo di cui non sapevi il titolo sicuro che Alba (o Monica, o Marcello, o Gianni, o Gaetano, o Guglielmo o Fausto o…) l’avrebbero individuato. Qualche anno dopo, al civico numero 3, aprirà la sede della Manzoni Pubblicità guidata da Vinicio Boschetti che, oltre alla nascitura La Repubblica, gestiva anche la raccolta di Cts e Radio Elle. E accanto si sarebbe impiantato Il Diario, il quotidiano con il più alto tasso alcolico del globo terracqueo, ma fucina di tanti ottimi cronisti degli anni a venire. Venti metri dopo trovò dimora Ferruccio con la sua squadra di visionari. Citiamo per tutti Riccardo Di Blasi e Benny Priolisi, straordinari protagonisti di quella stagione, due che oggi immaginiamo a pranzo con Ferruccio qualche metro sopra di noi.
E poi arrivò Nadia Speciale (nomen omen), non voleva fare l’avvocato, la portò in squadra Benny. E alla squadra donò subito quel rigore di cui la creatività ha bisogno per centrare gli obiettivi. Del suo genio ( e non solo, perché Nadia non passa di certo inosservata) si innamora Ferruccio. Il loro amore determina la frattura con Priolisi che lascia Pubilla e il campo aperto per un matrimonio che ha dato a Ferruccio il giusto equilibrio per affrontare gli impegni di quei complicatissimi anni ’80. Si dice che dietro Pubilla ci sia Claudio Martelli e il Psi, forse per il rapporto d’amicizia antica che lega Ferruccio a Sergio Restelli, segretario del Ministro e vice leader socialista. Ferruccio studia la campagna elettorale per il Psi siciliano e per Martelli, capolista proprio a Palermo. Comincia a conoscere e studiare il mondo della politica e delle Istituzioni che gli sarà utile nel decennio successivo. L’uomo più amato e invidiato dalla borghesia palermitana, che determina mode e che con la sua presenza santifica reputazioni, sembra aver messo la testa a posto. La paternità fa il resto, ne addolcisce il carattere, gli fa vivere con serenità quello che si chiama riflusso. Esce dalla scena mondana, comincia a entrare nella storia di Palermo.
Nel mezzo una breve collaborazione commerciale con altre due vecchie conoscenze, Gianfranco Miccichè e Marcello Dell’Utri, allora gli autentici fuoriclasse della parte pubblicitaria di Fininvest. Un rapporto destinato ad esaurirsi e sul quale Ferro non ha mai voluto dire una parola. Si dice, ma nessuna delle parti ha mai confermato, che una sua testimonianza in tribunale, non proprio favorevole a Fininvest su un caso di fatturazioni sospette, abbia creato la rottura, che del resto sarebbe stata inevitabile nel successivo periodo della discesa in campo di Berlusconi, con Miccichè e Dell’Utri coinvolti in pieno nel progetto politico.
Ferruccio non ha mai avuto la dimensione rivoluzionaria del fratello Giuseppe ma una certa venatura progressista la porta addosso. Intanto in via Messina non c’è più la Manzoni e nemmeno il Diario. E Alba ha trasferito Ellepì di fronte, in via Libertà. La magia di quella strada sembra essersi esaurita, chiude anche Pubilla. Ferruccio punta sulle consulenze Istituzionali, sono due adesso i luoghi di riferimento: Piazza Pretoria e Piazza Niscemi, le sedi del Comune. Leoluca Orlando gli consegna le chiavi della comunicazione di Palermo. È il 1994, ha da poco stravinto a Palermo e conquistato un seggio a Bruxelles ma capisce che non può durare se non convince i palermitani che sta veramente compiendo una rivoluzione. È la Palermo del post stragi, le aspettative sono altissime. La parola d’ordine di Ferruccio è riapertura. Orlando condivide e approda e pur con mille forzature la formula funziona. La riapertura delle riaperture è quella del Teatro Massimo. Ferruccio si impegna nella fase della comunicazione e del reperimento degli sponsor. Sono pochi e per lo più in cambio merce, però è il segno di una svolta che Ferro sa vendere alla grande, in Italia e all’estero. Fatto sta che proprio 20 anni fa, a maggio (un mese spesso fondamentale nella sua vita), il Teatro riapre con Claudio Abbado che dirige i Filarmonici di Berlino.
Per l’opposizione è un bluff, di fatto il Teatro ospita un concerto e non un’opera lirica. Ferro completa il suo capolavoro definendo i detrattori del Massimo “i nemici della contentezza”. Vince il match per ko. Orlando può esultare ed userà lo slogan per anni, ogni qualvolta i “nemici” gli contestano la sua verità. Oggi, a dire il vero, è frase che utilizzano a sproposito i valvassori del sindaco, ma la responsabilità non può essere attribuita a chi il colpo di genio l’ha avuto due decenni fa.
Intanto Ferro utilizza i buoni uffici di Nadia, che ha abbracciato il buddismo, e porta a Palermo il Dalai Lama e poi anche Richard Gere, altri colpi ad effetto che fanno accrescere l’immagine di Orlando e della città. Propizia la mostra a Villa Niscemi su Fulco di Verdura e, auspice l’assessore al turismo Laura Iacovoni, gira con il regista Cesare Montalbetti – il fratello di Pietruccio, chitarrista dei Dik Dik – lo spot che rappresenterà Palermo in giro per il mondo. Mobilita una città intera per trovare le giovani comparse, coinvolge, magari solo per ininfluenti consigli, addetti ai lavori di tutta Italia. La mattina le riprese girate sulla gradinata del Teatro Massimo, la sera all’Excelsior si discute con Montalbetti di Battisti, Mogol, Dik Dik e Formula 3. Lo spot è sul tavolo di Ferro in meno di due mesi, il claim è “L’orgoglio di essere palermitani”. Fa scrusciu, è la sintesi perfetta del messaggio che vuole trasmettere Orlando (molto simile all’autostima che reclama oggi a gran voce, ndr). Il binomio sembra inscindibile, invece siamo quasi al capolinea.
Vuoi perché la presenza di Ferruccio è sempre più ingombrante, vuoi anche perché la cronaca dà una mano. C’è un’altra strada nel suo destino, è via Mariano Stabile, al civico 172 abita e muore (anche lei a maggio) Irene Tagliavia, la donna con cui Ferro vive una storia d’amore che La Repubblica, in un articolo che ricostruisce il giallo, definisce semi clandestina. Un palazzo maledetto, 6 anni prima di Irene vi era stata assassinata Maria Pia Augello, affascinante modella ed escort, nel 2010 vi muore anche l’oculista Giovanni Cascio in un incidente domestico dalla dinamica assai dubbia. Ferruccio anticipa la notizia, confessa il tradimento a Nadia, subisce il riverbero del più squallido dei pettegolezzi: sarebbe scappato dalla casa di Irene, in preda al panico, dopo averla trovata per terra moribonda. Un quotidiano, il Mediterraneo, lo sbatte in prima pagina: un errore clamoroso ma altro non faceva che raccontare, sia pure con un maldestro riferimento giudiziario, ciò che la gente diceva nei salotti. Ferro querela e poco tempo dopo saluta la compagnia – deluso anche dalla solidarietà di facciata di quelli che credeva amici -e si isola a Roma. Il rapporto con Orlando finisce qui. A Villa Barbera lascia rimpianti, Nadia, da cui si separa e l’amato Lorenzo, il figlio fatto a immagine e somiglianza (non è vero, Lorenzo è più bello…).
Passata la bufera, torna stabilmente in Sicilia nei primi anni 2000. Lo chiama Fabio Granata, un ex missino, poi retino e infine assessore con Alleanza Nazionale, con delega ai Beni Culturali.
Siamo in via delle Croci, Ferro è di nuovo al centro del gioco. In assessorato lo amano, conquista la fiducia di Giuseppe Grado, il direttore, e di Sebastiano Tusa, il neo soprintendente del Mare, esalta le qualità di Margherita Rizza, una che sa risolvere problemi. E se alla Regione non hai alleati giusti non vai da nessuna parte. Granata ne subisce la bravura e il fascino e ne utilizza la rete di conoscenze, ataviche e acquisite. Ferro si accinge a lavorare sull’Expo di Aichi, sul trasferimento del Satiro Danzante in Giappone. Si occupa di comunicazione, indirizza gli eventi, fa insomma quello che meglio sa fare. Lancia il Piano del Colore in Sicilia, vorrebbe lanciare una campagna nazionale puntando sul provocatorio “Facciamo acqua da tutte le parti”. Nel 2004, Granata se ne va al Turismo e, per uno strano destino, tocca al sottoscritto raccogliere la sua eredità. Il passaggio di consegne è indolore, mi suggerisce di chi fidarmi e chi tenere alla larga. E alla prova dei fatti non sbaglia un nome. Doveva seguire Granata al Turismo ma il tempo di preparare le carte e Ferro non c’era più. S’è fermato a Roma, nel bagno di una stanza d’albergo divisa con Gaia Palma, la nuova compagna.
Io ricordo, come tanti, cosa facevo quando ho saputo la notizia. Come per Elvis o Jim Morrison credo sia ancora vivo e nascosto da qualche parte. Conservo ancora i suoi numeri nella rubrica, non si sa mai dovessi aver bisogno di chiamarlo. Tutte le volte che vedo Lorenzo, anche a distanza di anni, resto turbato. È un Ferruccio in miniatura, con la stessa determinazione e più colto. Lorenzo ha studiato comunicazione, ha fatto anche quello che suo padre non aveva mai voluto o saputo fare, cioè andare all’estero. Per capire se avrà lo stesso carisma dovremo attendere qualche anno. Ma forse è importante solo per chi, come noi, vorrebbe un Ferrucio bis. E quindi fa bene Lorenzo a stare alla larga da noi e da questa città.
Di Ferro ho ricordi di vario genere. Le discussioni di calcio – di cui nonostante tutto capiva poco – e la lite per la questione dello stadio intitolato a suo padre. Io ero contrario, pensavo fosse più giusto intestargli via del Fante e sono convinto che la Storia mi darà ragione perché prima o poi ci sarà uno stadio nuovo mentre una strada è per sempre. Ricordo anche le gare con i gettoni telefonici spinti a forza di zicchettoni nel bordo della fontana di casa sua e il tragitto settimanale da casa all’aeroporto per andare a prendere Serena, la musa ispiratrice di Belvedere, l’unica trasmissione fatta insieme. Ricordo la sua ricetta dell’amore: devono brillare gli occhi perché sia quello vero. Ha provato a “insegnarmi” Pantelleria, ma ho fatto resistenza e ha desistito. I giornalisti non li sopportava, anche prima della storia del Mediterraneo, forse perché spesso li ha visti adoranti. Ricordo anche l’ultima lite, ebbe come oggetto Palermo. Città ingrata, secondo lui che pure l’amava davvero e più di me. Città generosa, secondo me, visto che gli aveva consentito di lavorare negli ambiti più importanti senza nulla eccepire su costi e risultati. Dietro la parola città entrambi sapevamo che si celava la parola governanti. E il fatto che salvasse solo Granata, a mio avviso non all’altezza di Orlando, pur con tutte le delusioni patite, proprio non lo sopportavo.
Questi sono stati gli anni di Ferro, quelli vissuti con la sua presenza. Se dovessimo chiedere a ciascun palermitano di raccontarci la sua versione di Ferruccio difficilmente troveremmo pagine combacianti. Effetto del tanti conoscenti, pochi amici. La sua agenda era la mia moltiplicata per tre ma di amici veri ne aveva meno delle dita di una mano. Com’è giusto che sia.

Pin It on Pinterest