La serie A non è cosa nostra

Il calcio come metafora della crisi di Palermo, Catania e Messina. Orlando e Bianco non hanno concesso il bis e Accorinti non ha risollevato Messina. Aspettando l’addio di Zamparini e Pulvirenti…

Il calcio può essere considerato un termometro dello stato di salute delle metropoli siciliane? Per chi un po’ ne capisce di pallone la domanda potrebbe sembrare provocatoria. Palermo è una città di serie B, Catania e Messina sono di terza serie? Una valutazione di sicuro esagerata ma che contiene qualche verità . La prima e più scontata riguarda lo stato dell’arte dell’imprenditoria. Una volta si diceva: chi ha i soldi si “tiene nascosto” sottintendendo che in Sicilia non è sempre limpido il percorso di chi ha capitali. Oggi è diverso? Il ramo dell’edilizia fece la fortuna di molti a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, per l’esigenza di un nuovo piano abitativo e la complicità di una politica che scopriva le tangenti, prezzo per più che azzardati piani regolatori. Oggi c’è ancora un’impresa edile il cui proprietario fa milioni a palate? Risposta: no. E fra l’altro, il maggiore controllo amministrativo e un più rigoroso codice etico degli imprenditori hanno via via diluito la possibilità di patti scellerati.
Nel settore del turismo, altro ramo vitale dell’economia siciliana, uscita di scena – e senza gloria – la famiglia Patti, rimane una cerchia di imprenditori di buon livello ma più indirizzata sul versante locale, capace nella gestione ma poco disponibile ad investimenti di lunga gittata. In crescita il settore agricolo, sia per quanto riguarda i settori di nicchia, sia nel segmento del vino la cui esplosione sta determinando la progressiva trasformazione di aziende una volta legate alla tradizione contadina. È questo fenomeno riguarda più Catania – l’Etna ormai è un brand assai ambito anche a livello internazionale – che Palermo e Messina, comunque anch’esse in crescita. Il resto, a livello di massa critica di fatto non conta. C’è qualche punta di diamante, si muove qualcosa nel terziario avanzato ma niente da far pensare ad un’inversione di tendenza. La nostra economia ristagna, l’artigianato è in via d’estinzione, il commercio alla canna del gas.
Sotto il profilo della qualità della vita abbiamo poco da aggiungere al patrimonio di Madre natura. Le nostre 3 città regine hanno tare da cui non riescono a liberarsi, prima fra tutte, ci perdoni Benigni per la citazione, il traffico. Il problema della mobilità richiama i fattori dell’inquinamento atmosferico ed acustico, delle isole pedonali e della chiusura dei centri storici. E qui entra in ballo la responsabilità della politica. Due sindaci su tre hanno governato, a più riprese e per oltre un decennio. Orlando e Bianco sono stati indiscussi protagonisti della rinascita di Palermo e Catania ad inizio anni ’90, sono poi tornati sulla scena senza riuscire a replicare i precedenti successi. Simili nel loro limite di non riuscire a concepire una esperienza progressista che non li includa quali frontman, sembrano entrati entrambi nella fase in cui amministrare è più semplice che governare. Anche perché la ricerca di consenso e popolarità che inevitabilmente sfuggono – e non soltanto per la forte ventata di anti politica – li rende meno dinamici di quanto la situazione non richiederebbe. Messina è un caso a parte, Accorinti è un caso a parte. Ha rappresentato, infatti, l’antitesi a quel guazzabuglio politico post Genovese. Mentre gli altri facevano la corsa a perdere, Accorinti ha utilizzato per vincere il suo essere diverso. Già, e dopo? Il dopo i messinesi ancora se lo chiedono.
Calcisticamente parlando il disastro di quest’anno ha una matrice comune. Scarsa programmazione, sopravvalutazione, investimenti irrisori: è sicuro che parliamo solo di calcio? Sul Catania (e su Catania, se è lecito l’accostamento) vale forse la regola del fallimento dei cavalli di ritorno. Ma è giusto sottolineare che Lo Monaco ha fatto peggio di Bianco. Domandina: ricordate il tempo in cui si esaltava il metodo Pulvirenti? Non lontano dall’epoca in cui il Palermo puntava all’Europa. Zamparini suscita forse più disprezzo per l’arroganza con cui ha gestito la sua uscita di scena ( se di questo si tratta…). È comunque troppi misteri e troppe omissioni fanno da contorno al fallimento ( si spera solo sportivo) delle due eterne rivali. Messina vivacchia e non solo sul fronte sportivo.
Alla domanda iniziale ciascuno è libero di dare la sua risposta è di individuare cause e responsabili. Ci sentiamo, tuttavia, di proporre la nostra certezza: spiace dirlo ma la serie A non è cosa nostra.

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