Burocrazia siciliana, nemica dello sviluppo

Burocrazia e realizzazione opere pubbliche
Tempi di realizzazione delle opere pubbliche per regione. In rosso le regioni che hanno uno scostamento di oltre il 15% dalla media nazionale. I tempi della Sicilia sono superiori del 50% (quasi 7 anni di durata) (Fonte: Uver)

Crescita economica e sviluppo in Italia hanno un nemico implacabile, che si chiama burocrazia. La sua cronica lentezza è uno dei fattori conclamati che incidono negativamente sull’utilizzazione delle risorse, a partire da quelle che provengono dall’Europa. Lo spreco dei fondi UE in Sicilia

Secondo gli ultimi dati ufficiali dall’Unità di verifica degli investimenti pubblici (Uver) del Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica (Dps) del Mise sui tempi di attuazione e di spesa delle opere pubbliche, la Sicilia registra il peggior risultato nella loro realizzazione, con una media di quasi sette anni, metà dei quali sono dovuti alla lentezza della burocrazia. Nel complesso la Sicilia mostra ritardi nei tempi che superano del 50% la media nazionale. E nel frattempo la Regione Siciliana lo scorso marzo restituisce alla Commissione Europea altri 117 milioni di euro non spesi dei fondi UE del FESR – Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale 2007-2013, dopo averne già restituiti 2.179.868.366 (il 33,33% del fondo).

Il punto di vista di Michele Cappadona, presidente di Agci Sicilia, articolazione regionale dell’Associazione Generale delle Cooperative.

Tempo netto di realizzazione opere pubbliche per regione
Tempi di realizzazione opere pubbliche per regione e per fase (Fonte: Uver)

La burocrazia nel nostro Paese è diventata sinonimo di paralisi invece che strumento di gestione di risorse per la crescita e lo sviluppo. Da cosa è dovuto?

Penso che in gran parte dipenda dalle persone: chi riveste un ruolo che impone di prendere delle decisioni ha il dovere di farlo. In Sicilia, molto di più che nel resto d’Italia, spesso si gioca a far rimbalzare le responsabilità che andrebbero assunte per dovere d’ufficio, perfino sulle situazioni più urgenti e delicate. Per questo assistiamo a situazioni paradossali, in cui bisogna scendere in piazza e invocare l’indignazione pubblica non per ottenere un diritto, che è già acquisito, ma per esigerne il godimento. Viviamo in un Paese in cui l’equità sociale deve essere difesa pubblicamente dalla sensibilità di artisti, musicisti, comici e attori e non dall’impegno politico, civile e morale di chi occupa posti-chiave nelle istituzioni. La vicenda della battaglia dei fondi per i portatori di disabilità gravissime nella nostra regione è soltanto l’ultimo esempio, forse quello più calzante.

Michele Cappadona Presidente Agci SiciliaQual è una possibile soluzione?

Come presidente di un’associazione di rappresentanza che in Sicilia raggruppa circa 1400 cooperative non posso che constatare come nell’ambito pubblico da anni si assiste ad una crisi della rappresentatività politica, con la conseguenza che le imprese e i cittadini si sentono sempre più disorientati.
Sono proprio la politica e le istituzioni che devono trovare il modo di andare incontro alle imprese e ai cittadini. Lo Stato non può concedersi il lusso di smarcarsi dalle esigenze del Paese, al quale deve invece fornire risposte concrete e tempestive. Penso non si possa più rinviare oltre una riforma in grado di snellire le procedure, ridurre i tempi e rendere omogenei i servizi in tutti i territori, ma sono anni che si fanno solo proclami. In proposito, la CGIA di Mestre, autorevole associazione di artigiani e piccole imprese, qualche mese fa ha ripreso l’esito di alcuni studi condotti dal FMI e dalla UE relativi al rapporto tra procedure burocratiche ed efficienza dei servizi ai cittadini e alle imprese. Inutile dire che la Sicilia, insieme ad altre regioni del Mezzogiorno, si ritrova tra le ultime posizioni di quelle classifiche. E ancora una volta si torna a parlare di Nord e Sud Italia, di un Paese a due velocità.

I ritardi dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni sono un riflesso dell’inefficienza di questa burocrazia?

Più che un semplice riflesso, sono un effetto combinato di diversi fattori: procedure lente e complesse, inefficienze e sprechi, nessun serio contrasto all’evasione fiscale. Nonostante la direttiva europea che impone alle PA un limite massimo di 60 giorni per liquidare le somme dovute ai creditori, non mi pare sia migliorata di molto la situazione, con l’aggravante dell’aumento dei costi per gli interessi di mora. Nel frattempo le aziende chiudono e i lavoratori rimangono senza occupazione. Alla fine si è dovuto correre ai ripari coinvolgendo le banche, inventando lo strumento della certificazione del credito, creando una piattaforma che inevitabilmente ha dei costi e che costringe le imprese ad affidarsi all’ennesima procedura burocratica per ottenere, finalmente, le somme che spettano loro di diritto.

Burocrazia e imprese in Sicilia: è davvero un matrimonio impossibile?

La globalizzazione conviene soltanto alle grandi multinazionali, che possono scegliere le sedi fiscali dove la tassazione è più bassa, produrre dove il costo del lavoro è minore e in molti casi godere di incentivi agli investimenti nei territori dove si fatica ad uscire dalla crisi. Nel frattempo i disservizi, i ritardi e i costi dell’inefficienza della burocrazia, lo spreco delle risorse dei fondi UE vengono scaricati sulle PMI, che almeno in Italia, costituiscono gran parte del tessuto economico. Non voglio sembrare nostalgico, ma se si ritornasse a ricorrere alle produzioni locali, a valorizzarle e a scommettere sulla vocazione naturale dei territori, si potrebbe recuperare il loro potenziale produttivo. E questo non potrebbe che generare nuova occupazione. Ma se la burocrazia ha un costo, tanto più alto quando questa risulta inefficiente, ed a questo spreco si somma la forte pressione fiscale, è urgente chiedersi come sia possibile per le imprese, particolarmente quelle siciliane e del Mezzogiorno, affacciarsi su mercati più ampi mantenendo un accettabile livello di competitività.

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Dario Fidora

Direttore editoriale

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