Non è stata la mafia

Non è stata la mafia

Due tentativi di “omicidi eccellenti”: oggi i sospetti sulla integrità di Addiopizzo, ieri le polemiche sulla Fondazione Falcone. Vicende da cui molti protagonisti escono rimpiccioliti. E Cosa Nostra ringrazia…

In poco più di un mese sono state intaccate due delle più forti icone dell’antimafia, simboli di una Palermo che ama dipingersi diversa – ma forse troppo – da quella città borghese, anzi borghesuccia che metropoli lo è per estensione e demografia e provinciale lo rimane per struttura culturale e vocazione all’insulto gridato. E per carità, nessuno dall’ufficio della propaganda municipale ricorra, ancora una volta a sproposito, all’ormai stantio “ecco che tornano i nemici della contentezza”. A parte il fatto che non ci sarebbe nulla di cui essere contenti se non per il sole e per il mare (non tutto per la verità…) che ci ha donato madre natura e per l’eredità arabo normanna dei cui padri si sono perse le tracce genetiche, la contentezza è una categoria dell’anima. E la nostra è triste assai perché sulla padella rosolano la Fondazione Falcone e Addiopizzo.

Nel nome di Falcone si è consumato il primo strappo, la famiglia Morvillo che lascia la Fondazione lamentando un evidente disequilibrio commemorativo a svantaggio della propria congiunta. Un disagio – ha confessato Alfredo Morvillo, magistrato e fratello di Francesca, nonché amico, collega e cognato di Giovanni Falcone – che covava da anni. Facciamo finta per un attimo di essere in una città normale: possiamo dire che da questa vicenda tutti i protagonisti escono rimpiccioliti? Ed ancora che Maria Falcone, lodevole nella sua intenzione di “non far dimenticare” forse avrebbe dovuto compiere, da anni, un passo laterale, come solo i grandi attori sanno fare, e non occupare interamente il centro della scena? È possibile chiedere a Morvillo se era proprio necessario un pubblico atto di accusa verso la sua “consanguinea di fatto”? E più in generale, a 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, si può ragionare solo e soltanto sull’eredità di Falcone e Borsellino e non sui capricci degli eredi? In una città normale si potrebbe e dovrebbe dire che questi signori non ci stanno più tanto simpatici e che Giovanni e Paolo avranno sempre un posto speciale nei cuori dei siciliani e saranno un pezzo da ricordare della storia della Sicilia. E per gli altri, per tutti gli altri, non sarà così. Si può dirlo senza passare per bestemmiatori? E che sogniamo un abbraccio riparatore – e poco importa chi prenda l’iniziativa – possiamo dirlo?

Capitolo secondo. Già da domenica, come abbiamo raccontato nelle pagine del nostro giornale, è stato avanzato più di un sospetto sulla verginità di Addiopizzo. Dovrebbero chiudere la baracca se fosse vero il meccanismo sui mandati ai legali nei processi contro i taglieggiatori raccontato da Andrea Cottone a Nuti e compagnia (e da qualcuno opportunamente registrato, come si usa fra galantuomini…).

Tuttavia, il contesto in cui è stata fatta questa rivelazione lascia parecchi dubbi, Cottone avrebbe potuto avere più di un motivo di astio verso il gruppo di Addiopizzo di cui Forello è espressione. I toni di Cottone sono quelli dell’amante tradito che cerca solidarietà nel più acerrimo nemico del presunto traditore. Racconto verosimile ma che non è vero fino a quando non lo dirà una autorevole parte terza (non Grillo, per intenderci, ma un giudice…). Resta il fatto che Nuti ha volutamente sfregiato Forello, non tanto e non solo per la vicenda della firme false ma per colpirlo al cuore (cioè Addiopizzo) e al portafogli così come al cuore era stato a sua volta colpito con la scomunica romana attribuita, a torto o a ragione, alle pressioni del gruppo del candidato sindaco. E che dire del cittadino Cottone? Avrebbe dovuto cercare la Procura e non un compagno di sfogo. Comunque, in un modo o nell’altro questa vicenda finirà davanti ai giudici, ormai per interesse di tutti, Forello compreso. In una città normale ci si indignerebbe, a noi scatta l’istinto di un gigantesco Vaffa. E la mafia ringrazia…

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