Don Tano, guardi che ha vinto Peppino

"La mafia è una montagna di merda" (Peppino Impastato))

Impastato, come Francese o Siani, ha lasciato una traccia indelebile nella lotta alla mafia. Da Radio Aut a Radio 100 Passi. I racconti di Danilo Sulis e Fabio Butera. E quei 50 metri di mattonelle che rappresentano il primo e unico museo orizzontale della legalità

Sono trentanove anni che Peppino Impastato è stato fatto fuori dalla mafia. Scusate l’espressione cruda ma ripensare alla cronaca di quei giorni, ai tentativi di depistaggio, alla strampalata ipotesi del suicidio, a quella carica di tritolo messa sotto il suo cadavere ad avvalorarne la tesi, truce messinscena che è difficile attribuire alla stessa mafia, non riusciamo a trovarne una migliore.

Peppino ha avuto giustizia, Felicia, autentica madre coraggio, ha potuto sopire il suo dolore, il cognome Impastato, prima macchiato dalla mafia, è divenuto il simbolo della speranza. La speranza di ottenere giustizia anche quando qualcuno gioca con il mazzo truccato e quel qualcuno indossa la divisa dello Stato; la speranza di potere affermare i principi della legalità anche quando la mafia, quella vera, ti ha nel mirino a 50 metri di distanza; la speranza che è sempre possibile cambiare se persino il marchio che tuo padre ti ha impresso, prima sinonimo di mafia, diventa il simbolo dell’antimafia.

Dicevano nel ’78: “Peppino se l’è cercata”. E quanta verità c’è in quelle sadiche parole. Proprio così, se l’è cercata. Non ha evitato i monologhi contro Tano Seduto e neanche lo scontro con quella parte di famiglia che provò a correggerne il tiro perché consapevole che di lì a poco sarebbe arrivata la definitiva sentenza mafiosa. Se l’è cercata come Mario Francese che mai pensò di evitare domande scomode o di battere piste insidiose, come Giancarlo Siani, altra testimonianza di un giornalismo inteso come indagine sociale e prova che la mafia non conosce confini.

Ciò che è evidente è che Peppino non è mai morto, anzi se è stato capace di trascinare compagni, amici e fratelli in questa straordinaria avventura di impegno civico significa che ha vissuto una seconda vita certamente non meno fondamentale della prima. Ecco perché noi oggi pensiamo sia più opportuno parlare del Peppino che è tra noi, di quella radio che ha cambiato nome ma non spirito, che non è in Fm ma alloggiata nel web. E di quelle voci che somigliano tanta alla sua. (a.s.)

Danilo Sulis è l’anima di Radio 100 Passi. Non ci vuole molto a capire che è il prolungamento dell’originaria Radio Aut che lui stesso contribuì a fondare. Con Francesco Impastato aveva già fondato l’associazione “Musica e Cultura”, nel 1975 assieme a Peppino si convinsero ad allargare il campo: non solo musica ma anche teatro, impegno antinucleare, collettivo femminista. Insomma impegno civico a 360 gradi. Danilo era una delle voci delle prime “radio libere”.

“Trasmettevo a Radio Pal e invitai Peppino a commentare le notizie. Per lui fu una folgorazione. A fine trasmissione mi chiese di trovargli un trasmettitore per fare una radio a Cinisi. Successe che si arrivò alla fusione tra alcune radio di sinistra e così montai io stesso il trasmettitore di Radio Apache a Cinisi. Così nacque Radio Aut”.
Radio 100 Passi ha festeggiato il settimo anno di vita, proprio il 5 gennaio, il giorno del compleanno di Peppino. “Nel 2010 è nata la radio, nel 2011 il Giornale online, nel 2012 la televisione. Sempre il 5 gennaio che per noi che abbiamo conosciuto Peppino è più di una data simbolo”.

Sopravvivere facendo radio, oggi come allora, non è semplice.

“Ci salvano o progetti. Grazie all’Ufficio Scolastico Regionale e al Ministero abbiamo potuto creare il Centro Regionale d’Ascolto sul Bullismo. Anche questa è una forma di mafiosità da combattere perché colpisce le persone più indifese”.

A proposito di simbolo, tra le cose più sovversive realizzata dagli eredi di Peppino è la sede della radio a Cinisi: la casa di don Tano Badalamenti, il mandante del suo omicidio. Peppino riderebbe beffardo…

“Era giusto che fosse così. Oggi il Comune inaugura la biblioteca comunale nella parte superiore dell’abitazione. Questi sono segnali importanti”.

Per la giornata celebrativa di oggi si prepara una diretta radio no stop e una video del corteo che sarò visibile nella pagina face book dedicata. Proprio con lo sguardo rivolto a quei 100 passi, ripercorsi con la mente mille e mille volte.

“Chiariamo che i 100 passi furono un’invenzione del regista Marco Tullio Giordana. Per noi sono 50 metri, quelli che separavano la casa di Badalamenti da quella della famiglia Impastato. Non so se sono proprio 100 passi ma la suggestione regge. E noi su quei 100 passi abbiamo creato un percorso di 40 mattonelle che rappresenta un percorso di memoria condivisa”.

Sul progetto delle mattonelle si inserisce un’altra voce, quella di Fabio Butera, calabrese di nascita, un altro che nell’anima porta indelebile il segno di Peppino.

“La prima mattonella non poteva che essere dedicata a lui e alla sua frase poetica I MIEI OCCHI GIACCIONO IN FONDO AL MARE, NEL CUORE DI ALGHE E DI CORALLI. Poi abbiamo voluto creare un percorso che accomunasse servitori dello Stato come Falcone e Borsellino, uomini delle Forze dell’Ordine come Dalla Chiesa e Boris Giuliano, , giornalisti come Ilaria Alpi che ha pagato, come Peppino, la sua sete di verità con la vita, vittime della mafia come Rita Atria

Cinquanta metri o 100 passi che rappresentano un esempio di museo orizzontale unico al mondo.

“È un percorso nato per far riflettere. Ogni anno vengano a visitare questo luogo oltre 30.000 persone, molte delle quali sono studenti. L’anno prossimo, per il 40esimo anniversario della scomparsa di Peppino, metteremo le ultime 10 mattonelle per completare il percorso”.

Non è mancata qualche polemica causata da una dichiarazione del sindaco (“sarebbe stato meglio abbatterla la casa di Badalamenti”) nel giorno di un disguido con un gruppo di studenti in visita alla casa di don Tano. Incidente superato, come quello della mattonella rotta lo scorso inverno. La Rete 100 passi continua a guardare avanti, ignorando il dissenso locale che si intuisce esserci anche se non si vede. Perché non c’è bisogno di essere Freud per capire che talvolta rimuovere è più semplice che ricordare.

Come si sostiene Radio 100 Passi?

“Donazioni. E quindi capirete che spesso bisogna mettere mano al portafogli. Soprattutto in estate quando le sottoscrizioni svaniscono. E poi con i progetti che avviamo con l’Associazione Rete 100 Passi, che ha già dieci anni di vita.”

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