Borsellino, la sua borsa e la foto che inguaiò il Capitano

Un’immagine scattata casualmente e rimasta nel cassetto per 15 anni. Poi dall’archivio di Studio Camera, ancora per un caso, salta fuori la prova che cercava il procuratore Messineo. Il sequestro della Dia e il prezzo di mercato di quella diapositiva che intanto crolla: dai 50 milioni richiesti a…

A guardarlo ha tutta l’aria di un passante capitato lì per caso, con l’aria distratta che mitiga la stanchezza tipica della fine di una giornata di fatica davanti ad una scrivania. E una borsa in mano,  anonima, una borsa come quella che tanti usano per portarsi le carte al lavoro. Sarebbe tutto plausibile se quel giorno non fosse una domenica di luglio, il giorno 19 per l’esattezza, del 1992 e gli uffici erano ovviamente chiusi. E quell’uomo vestito di un colore improponibile non è per caso in via D’Amelio, con la sua aria che non è affatto distratta bensì guardinga. E la borsa che ha in mano è sì una borsa da lavoro, un po’ lisa, quasi bruciacchiata. Sino a pochi minuti prima stava nelle mani di Paolo Borsellino. Quell’uomo è un capitano dei Carabinieri, il suo nome è marginale ai fini della storia che vi stiamo raccontando e della foto che per 15 anni è stata al centro di uno strano intrigo.
“A scattare la foto fu Franco Lannino, il mio socio di Studio Camera – rivela Michele Naccari, che nel campo della cronaca nera è un altro bel segugio -. Arrivò tra i primi in via D’Amelio e dopo gli scatti sulla scena della strage cominciò a cercare particolari che potessero raccontare ancora più a fondo quella tragedia. Franco rimase colpito dall’abbigliamento del Capitano, con quel fratino color turchese un po’ frivolo che strideva con il clima di quelle ore. Lo fotografò ripromettendosi di consegnare all’ufficiale quella foto con la raccomandazione di vestirsi in maniera più adeguata. Poi tornò in sede per stampare i rullini che avremmo dovuto vendere l’indomani a Milano. Di quella foto ci dimenticammo tutti per anni”.

Cosa è accaduto perché riemergesse dall’archivio?

“La premessa è che già si cominciava a parlare della scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino. Lavoravamo al nostro archivio, volevamo catalogare le immagini più emblematiche delle stragi di mafia. Quella foto in realtà era una diapositiva,  con le lenti d’ingrandimento passavamo in rassegna gli scatti di via D’Amelio prima di scansionare e conservarli  in formato digitale. La nostra attenzione si fissò su quella borsa, invitammo alcuni colleghi a visionarla. Il responso fu unanime, poteva trattarsi della borsa di Borsellino”.

Immagino il valore di mercato della foto…

“Non si fece in tempo a venderla, avevamo contatti con L’Espresso, Panorama e Repubblica per la cessione in esclusiva ma un collega giornalista ci tradì, la notizia uscì su Antimafia 2000 a firma di Lorenzo Baldo. Pochi giorni dopo bussarono alla porta dello studio gli uomini della Dia e sequestrarono la foto. Ci fu proibito persino di parlare del sequestro”.

Fine della storia?

“Neanche per sogno. Dopo circa 6 mesi dal sequestro, Lannino fu convocato dalla Procura di Caltanissetta, allora guidata di Francesco Messineo. Volevano sapere come mai quella foto era saltata fuori dopo 15 anni dalla strage. La domanda era più che maliziosa ma Franco gli spiegò la dinamica dello scatto originario e l’altra casualità del ritrovamento in archivio di una foto per anni scartata perché ritenuta all’epoca priva di valore. Non gli fu difficile spiegare al procuratore che, ignorando quella foto, avevamo perso un sacco di soldi”.

Quanti per l’esattezza?

“Nei pochi giorni in cui avviammo la trattativa prima del sequestro si parlava di quasi 50 milioni”.

La Procura di Caltanissetta vi riconsegnò la foto?

“Si, alla chiusura delle indagini. La vendemmo a Repubblica per 1.500 euro”.

Avete mai mandato una copia al Capitano?

Sorriso, insulto trattenuto, fine…


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