Insulti razzisti a Muntari, i fischi a Koulibaly e i cori contro Napoli. Il volto schifoso della Serie A

C’è una malattia dell’anima da cui il calcio italiano non riesce proprio a guarire: il razzismo. A farne le spese, i giocatori di colore e le squadre del Sud. Uno spettacolo deprimente e vergognoso di cui ieri sono andati in scena tre atti: gli insulti al pescarese Muntari a Cagliari, i fischi al napoletano Koulibaly e i cori contro Napoli al Meazza, nella partita con l’Inter.

Scene abbastanza consuete, sui campi della Serie A, alle quali non si riesce a mettere la parola fine. Gli arbitri dovrebbero sospendere le partite, la Federazione dovrebbe intervenire più duramente, e talora non lo fanno. Ma non può essere soltanto la punizione a frenare gli idioti che se ne rendono protagonisti. Per paradosso, potrebbe essere Muntari a pagare: ammonito a Cagliari per aver fatto notare all’arbitro quello che gli pioveva addosso dagli spalti, potrebbe essere squalificato per il suo sfogo a fine gara. Questione di educazione e di cultura: negli stadi, le persone continuano a dare il peggio di sè: “negro” ai calciatori di colore, “zingaro” a quelli dell’est, altre amenità alle squadre e ai giocatori del sud. “Vesuvio lavali col fuoco” è un ritornello che si è sentito a Torino, a Milano, persino a Foggia!

Una vergona che riflette ignoranza, spirito piccoli, che ispira sdegno e le solite parole di condanna, che non bastano mai. Persino nel basket, nei giorni scorsi, lo sponsor della Fortitudo Bologna, che stasera affronterà il Moncada di Agrigento, si è chiesto sarcasticamente se la città siciliana “sia ancora in Italia”. Gente che con lo sport e i suoi valori inclusivi e di rispetto non c’entrano nulla e che alcuna repressione potrà mai “rieducare”. C’è da auspicare che non entrino mai in uno stadio o in un palazzetto. Ma i metal detector, i controlli alle porte possono guardare negli zaini o nelle borse, mai nelle anime, che spesso hanno abissi profondi e tasche piene di vergogne.

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