La grande fuga

Il Sud si spopola, condannato da una politica miope. La formazione non è adeguata alle esigenze dei giovani. Precarietà e nomadismo occupazionale le regole del presente. Ecco i numeri di un futuro sempre più incerto. E intanto importiamo Salvini…

Ci sarebbe da chiedersi qual è la sorpresa. Il Sud si spopola, i giovani vanno via appena possono e cominciano sempre di più a farlo nel periodo della formazione, l’età media sarà di poco superiore ai 50 anni già nel 2045. È la logica conseguenza di una semina fallimentare che si protrae da almeno un quarto di secolo e che la recessione economica ha reso ancor più devastante, di una politica autoreferenziale, di una Università incapace di guardare oltre le proprie mura e che solo da pochi anni ha cominciato a ripensarsi nell’ottica dell’innovazione didattica, di una formazione professionale che è servita principalmente a garantire lo stipendio dei formatori piuttosto che ad assolvere alla sua funzione primaria.
L’assenza di uno straccio di visione ha creato un sempre crescente divario con il resto del Paese e con l’Europa del Centro Nord riducendo il Mezzogiorno ad una semplice colonia fondata sull’assistenzialismo e nello stesso tempo incapace di ammettere, per pudore e ipocrisia, che gli Enti Locali hanno anche e soprattutto la funzione di ammortizzatore sociale. E anche per questo siamo preda di una nuova stagione di clientela nella quale i dividendi sono ormai sempre più bassi. Qui al Sud il progetto è la sopravvivenza, come raggiungerla è il tema del presente e purtroppo anche di un futuro che non si sa quanto durerà.
Precarietà e nomadismo occupazionale sono le regole con cui già si confrontano i nostri figli a cui lasciamo amarissima eredità: appartengono alla prima generazione dal dopoguerra ad essere più povera di quella che l’ha preceduta. Viviamo un tempo in cui per la stoltezza di pochi ci si preoccupa dell’immigrazione – che davvero diventerà, piaccia o no, una risorsa – e si ignora che da qui a poco torneremo a esportare miseria oltre che cervelli. E noi, brava gente del Sud, per non farci mancare niente, intanto importiamo Salvini, camicie verdi scolorite, populismo d’accatto. Avremmo bisogno di vitamine e ricostituenti, ci accontentiamo di una minestra scondita e di una preghiera al padreterno, sperando che l’una e l’altra provvedano alla cura di corpo e anima. Viva San Gennaro e Viva Santa Rosalia. (A. S.)

L’Italia si svuota. Nel 2065 saremo 53 milioni.
E il Sud si spopola

L’Italia si svuota e il Centrosud, addirittura, si spopola. Lo scenario, per certi versi, spaventoso, è disegnato dall’Istat che ha reso noto un report sul futuro demografico del Paese, proiettato nel 2065. Da 60,7 milioni del 2016, si crollerà a 53, 7 milioni. Un orizzonte lungo, per la verità, ma la possibilità che la previsione si riveli esatta è pari al 93%: “La probabilità di un aumento della popolazione al 2065 è pari al 7%”, scrive l’istituto.
Nel 2045, la popolazione residente attesa per l’Italia è stimata, secondo lo scenario mediano, pari a 58,6 milioni, 53,7 milioni nel 2065. La perdita rispetto al 2016 sarebbe di 2,1 milioni di residenti nel 2025 e di 7 milioni nel 2065. Tenendo conto della variabilità associata agli eventi demografici, la stima della popolazione al 2065 oscilla da un minimo di 46,1 milioni a un massimo di 61,5.
Un calo verticale e costante per il Mezzogiorno, più evidente soltanto dal 2045 per il Centro-Nord. La probabilità empirica che la popolazione del Centro-nord abbia nel 2065 una popolazione più ampia rispetto a oggi è pari al 31%, mentre nel Mezzogiorno è pressoché nulla.
Appare dunque evidente uno spostamento del peso della popolazione dal Mezzogiorno al Centro-nord del Paese. Secondo lo scenario mediano, nel 2065 il Centro-nord accoglierebbe il 71% di residenti contro il 66% di oggi; il Mezzogiorno invece arriverebbe ad accoglierne il 29% contro il 34% attuale. In pratica, meno di un italiano su 3 vivrebbe nelle regioni del Sud. Vertiginoso il calo demografico previsto per il Sud e le Isole, rispettivamente con -2,9 e -3 per mille nel breve periodo, ovvero fino al 2025, -4,8 nel periodo intermedio, fino al 2045. “Il ritmo annuo di diminuzione passa al -8,3 per mille nel Sud e al -7,9 per mille nelle Isole. Nel 2065 i residenti risulterebbero pari a 10,6 milioni nel Sud e a 5,1 nelle Isole, ben un quarto in meno per entrambe rispetto a oggi”, scrive l’Istat.
In Italia si nasce sempre meno, anche se la  fecondità è prevista in rialzo, da 1,34 a 1,59 figli per donna nel periodo 2016-2065, ma le future nascite non saranno sufficienti a compensare i futuri decessi. Nello scenario mediano, dopo pochi anni di previsione il saldo naturale raggiunge quota -200 mila, per poi passare la soglia -300 e -400 mila unità in meno nel medio e lungo termine.
Almeno, la sopravvivenza è prevista in aumento. Entro il 2065 la vita media crescerebbe fino a 86,1 anni per gli uomini e fino a 90,2 anni per le donne (80,1 e 84,6 anni nel 2015). Nel Mezzogiorno, inoltre, sono più accentuate la prevista riduzione della popolazione in età da lavoro e la concomitante crescita della popolazione in età anziana. La prima dovrebbe ridursi di circa 13 punti percentuali nell’intero arco previsivo sulla base dello scenario mediano (da circa il 66% nel 2016 al 53% nel 2065). La seconda dovrebbe invece crescere di almeno 15 punti percentuali (dal 20-21% attuale a circa il 36% finale).
Nella stima della popolazione residente attesa per l’Italia un contributo determinante è esercitato dalla previsione delle migrazioni con l’estero. Il saldo migratorio con l’estero è previsto positivo, essendo mediamente superiore alle 150 mila unità annue (133 mila l’ultimo rilevato nel 2015) seppure contraddistinto da forte incertezza. Ma l’Istat non esclude un capovolgimento della situazione, con l’Italia che da Paese fortemente attrattivo per i migranti, torni a diventare un luogo da cui si emigra, con un saldo negativo dello 0,7 per mille. Calerà, restando comunque alto il tasso di migrazione tra le diverse aree del Paese, con la stessa direzione, ovvero dal Sud verso il Nord, con 211 mila residenti in meno nelle Isole e addirittura 1,1 milioni nel resto del Mezzogiorno.

Stanislao Lauricina

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