UN FILM ANNI 70

Carlo Vizzini

La carrellata di Carlo Vizzini nel giorno del suo compleanno. Dai tempi del PSDI a Forza Italia, sino al ritorno alla casa madre socialista. La classe politica del ’47 e l’occasione perduta. La passione per il Palermo, l’invidia per il padre che ne fu presidente, i migliori rosanero di sempre. E poi Saragat, Pertini, Orlando e la Primavera di Palermo…

Onorevole da una vita, con una spruzzatina di Senato. Otto legislature interrotte da una pausa di riflessione durata quasi 7 anni dopo la fine della Prima Repubblica. Già così stabilisce un bel record di longevità parlamentare, se non avesse messo il freno nel 1994 sarebbe entrato nella top list dell’Italia repubblicana. Carlo Vizzini oggi compie 70 anni, più di 40 li ha dedicati alla politica, quasi tutti in prima fila. Proiettato dal padre Casimiro nell’universo della socialdemocrazia, di essa è stato uno dei principali alfieri dalla fine degli anni ’70 e per tutta quella stagione in cui essere del Psdi non significava affatto appartenere alla sinistra.

Sbarca a Montecitorio a soli 29 anni, ne ha 31 quando giura da sottosegretario, è poco più che quarantenne quando diventa per la prima volta ministro. Esperienza, questa, che ripeterà 4 volte con deleghe agli Affari Regionali, alla Marina, ai Beni Culturali e alle Poste. Un periodo, quest’ultimo, in cui si diceva che c’era un siciliano in almeno uno sportello postale in tutta Italia… Cattiverie (oppure no?) che assorbiva senza muovere un solo muscolo facciale e trattenendo un sorriso sotto quel baffo sornione che ha portato sino a un decennio fa. Anche qualche giornalista ha beneficiato, in varie epoche, della sua conoscenza pur non avendo né la tessera del Psdi né quella di Forza Italia. Perché allo zio Carlo il ruolo del pigmalione non è mai dispiaciuto. In politica, per esempio, è stato il padre putativo di Simona Vicari, giovanissima assessore di Leoluca Orlando quando Vizzini guidava il dicastero delle Poste.

Il periodo più complicato ma forse anche più esaltante.

“Mi occupai della prima applicazione della Legge Mammì, quella che regolamentava le televisioni private. Si doveva approvare il piano delle frequenze ma ogni tv già trasmetteva occupando canali. Era come occuparsi del piano regolatore di Roma con la città già costruita. Fu in quel periodo che conobbi meglio Berlusconi che avevo già incrociato da Ministro delle Regioni. Già allora mi colpì la sua capacità persuasiva, il più grande venditore che abbia mai incontrato”.

Un passo indietro, agli anni dell’esordio.

“Non mi sono abituato facilmente alla parola onorevole, figuratevi quando da ministro mi chiamavano eccellenza. Chi, io? Non mi giravo neanche. È stato un periodo esaltante, di studio e di azione. Il Psdi è stato quasi sempre nell’orbita del governo, ho avuto modo di lavorare sempre ad alto livello e di conoscere personalità come Reagan, Gorbaciov, Felipe Gonzalez, Mario Soares, Papa Woijtila. Per non parlare del fatto che accompagnavo Saragat, da presidente emerito, ai congressi dell’Internazionale socialista”.

Presidente del cuore: vince Saragat o Pertini?

“Se parliamo di cuore troppo facile dire Saragat per ciò che ha rappresentato per la socialdemocrazia, per me e la mia famiglia. Ma per la prima volta da ministro ho giurato con Pertini, uno straordinario presidente che ha meritato il grande affetto degli italiani”.

Tra i personaggi illustri della politica ha conosciuto anche Enrico Berlinguer, una delle icone della sinistra.

“Quando entrai in Parlamento Berlinguer era già un leader. Si percepiva la sua statura morale anche se poi la storia ci ha rivelato come Mosca finanziasse i partiti comunisti europei. E il Pci era il più forte dei Paesi occidentali. Una cosa che mi ha dato sempre fastidio è che anche dopo gli anni della ideologia sfrenata la sinistra non abbia mai voluto usare la definizione socialismo o socialista. Si usa progressista. Ma che significa? Anche Mussolini era un progressista…”.

Se le dico Piazza Ignazio Florio cosa rievoca?

“Era la sede regionale del partito a Palermo, il centro vitale assieme alla sezione di piazza Matteotti. Mi ricordo i riti, le riunioni, i direttivi, i compagni di quelle stagioni. Io da Roma tornavo il venerdì, il sabato era dedicato alla gestione del partito siciliano. Da ministro, ovviamente era tutto più faticoso. Io ho vissuto la politica h24”.

Cosa ha perso per strada?

“Penso alla famiglia e ai miei figli. Ma vi posso assicurare che mia moglie ha fatto talmente bene da non farmi rimpiangere troppo le lunghe assenze. Sono stato fortunato anche in questo: una moglie straordinaria, 3 figli straordinari”.

Il cognome che portano li ha aiutati o danneggiati?

“Spero né l’uno né l’altro. Hanno carriere lontane dal mondo della politica”.

Nonostante una vita piena di successi, sono sicuro che a papà Casimiro una cosa la invidia: la presidenza del Palermo…

“Ci può giurare, avrei dato una legislatura in cambio per fare il presidente. Da bambino, quando a scuola chiedevano il mestiere del padre, io rispondevo presidente del Palermo. La passione per il calcio e per il rosanero è un’altra cosa che ho ereditato da lui. Ho vissuto i tempi d’oro e anche la serie C e la radiazione. E mi sono battuto per la ricostruzione. Una volta, in quel periodo, sono stato sul punto di piangere in diretta tv nazionale…”

Cosa le hanno combinato…

“La Domenica Sportiva faceva il concorso sulla squadra del cuore. Il Palermo quell’anno aspirava alla riammissione nei campionati, prepararono un filmato sulla storia della squadra che mi fecero vedere prima della messa in onda. Fu la mia fortuna perché in diretta avrei pianto”.

I suoi migliori 11 di sempre?

“Mescolo l’aspetto tecnico e l’affetto che ho provato verso alcuni giocatori. Nel primo gruppo Dybala, Pastore, Cavani, Toni, Vazquez e Miccoli, nel secondo Anzolin, Burgnich, De Bellis, Biagini, Giubertoni. Con due citazioni per Sacchella e Ilicic”.

Vince l’era Zamparini…

“Ci ha regalato anni di grande calcio e bisogna dargliene atto. Però avrebbe dovuto coinvolgere la città nel momento critico e ammettere le sue difficoltà. La squadra di quest’anno, secondo lui, era da decimo posto. Ma chi vuol prendere in giro? Ci ha fatto diventare la vergogna della storia del calcio. Il suo commiato doveva essere migliore. Adesso è finita, speriamo non ci sia qualcosa di più della retrocessione…”.

Prende la parola il Vizzini opinionista?

“In tv mi sono divertito ma ho anche sofferto. Vedere per anni le partite lontano dallo stadio non è stato facile. Ho conosciuto tanta gente, una bella esperienza umana”

La sua vita pubblica è stata contornata da mille episodi. Quali ricorda con maggiore commozione?

“La vittoria del Partito Socialista spagnolo alle prime elezioni dopo la fine del franchismo e la caduta del muro di Berlino. Due pagine della storia che, per significati diversi, mi hanno fatto capire di stare dalla parte giusta”.

Chiusa l’esperienza della Prima Repubblica sembrava volersi dedicare soltanto all’insegnamento universitario. E invece ecco riapparire il virus della politica.

“Chiusi nel 1994, unico segretario nazionale incensurato del pentapartito che allora era al Governo. Dopo 7 anni Forza Italia mi propose un nuovo capitolo. Mi attrasse l’idea riformista e quando questa venne meno capii che era l’ora di rientrare alla base, in quell’area socialista in cui ero nato. Berlusconi con il Pdl prese un abbaglio, mi aiutò Alfano, che ancora oggi considero un amico, a mollare la compagnia: disse che il progetto era creare una nuova Dc. Pensai che non potevo morire democristiano”.

Oggi l’agenda politica propone fasi fondamentali, sia a livello locale che nazionale.

“Partiamo dalla questione nazionale. Bisogna fare in fretta una buona legge elettorale che riagganci la politica al territorio. Anche il Mattarellum zoppica, ci sarebbero sempre 340 capilista eletti direttamente. E sa cosa significa? Che il rapporto con il territorio è del tutto superfluo, conterebbe ancora quello con i Palazzi romani. Bisognerebbe prevedere collegi uninominali più stretti. Ha ragione il presidente Mattarella a sollecitare i partiti e il Parlamento. La legislatura deve finire, questa è la tendenza, ma da qui alla scadenza mancano 10 mesi non anni. Dicevamo, Mattarella. Lo sa che la Primavera di Palermo è nata a casa sua? Una stagione fondamentale per Palermo, anche se personalmente mi costò il Ministero ai Beni Culturali. I socialisti non gradirono il mio schierarmi con Orlando…”

E così si chiude il cerchio: con Orlando era e con Orlando ritorna.

“Proviamo a chiudere la Primavera cominciata il secolo scorso… Ci conosciamo da una vita, anche lui del ’47, solo qualche mese più giovane. Perché sia chiaro, anche alla nostra età si può parlare di giovinezza”.

La classe ’47 a Palermo è stata piuttosto prolifica per quanto riguarda la politica: lei, Orlando, Musotto, La Loggia, Riggio, Cocilovo…

“Più gioco di squadra e avremmo potuto assicurare un governo e uno sviluppo di altro genere a Palermo e alla Regione, almeno per 25 anni”.

E’ l’unico rimpianto dal punto di vista politico?

“Credo di si. Di cose ne abbiamo fatte e non bisogna dimenticarlo. Ma insieme si poteva fare di più. Detto questo la vita mi ha regalato tanto. Dio dovrebbe fulminarmi e ridurmi in cenere se osassi lamentarmi”.

Il suo rapporto con l’Onnipresente?

“Non ho studiato molto… Diciamo che sono un cattolico all’italiana”.

I festeggiamenti di oggi: amici, famiglia, torta e candeline…

“Ho riempito l’agenda di appuntamenti per non lasciare spazio alla festa. Poi festa di cosa? Mi fa un po’ impressione il numero 7 all’inizio. E quindi per prima cosa, per capire che non è cambiato niente, uscirò di casa e mi farò i miei 6 chilometri di corsa quotidiana”.

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