“Anche io ho rischiato grosso”. Marina Pupella ci racconta la sua esperienza di reporter nella Turchia di Erdogan

“Sono felicissima per la liberazione di Gabriele Del Grande. Anch’io come tanti qui in Italia, voglio dirgli bentornato  Gabriele. So, per esperienza diretta, cosa vuol dire dover lavorare in un territorio, il Sud-est della Turchia, dove anche solo la tua lingua può tradirti. A Diyarbakir-Amed, considerata dai curdi la capitale morale del Sud del Paese nonché cuore pulsante della lotta curda, non si vedono più turisti dai tempi del fallito golpe e la presenza di stranieri può suscitare sospetti”.

A parlare è Marina Pupella, giornalista palermitana che in quei luoghi, off limits per i giornalisti stranieri, c’è stata lo scorso novembre per documentare le devastazioni di intere città e villaggi della Regione dell’Anatolia sudorientale e i massacri della popolazione civile, a seguito degli scontri fra forze governative turche e ribelli del Pkk. Un conflitto che in quarant’anni ha causato la morte di oltre 40 mila persone fra turchi e curdi e che ha raggiunto l’apice della recrudescenza fra settembre 2015 e marzo 2016, dopo che si sono interrotti bruscamente i colloqui di pace fra il governo di Ankara e il Pkk.

“Sono partita da sola, con i miei mezzi e purtroppo senza neanche l’accredito stampa – ci racconta la reporter – dopo che una fonte turca mi aveva riferito che sarebbe servito a poco, visto che due colleghi della seconda tv di Stato tedesca non l’avevano ottenuto, pur avendolo richiesto. Ma sono partita ugualmente, armata di coraggio e della volontà di dar voce a chi veramente non ce l’ha, agli oltre 500 mila sfollati curdi, armeni, profughi in terra propria”.

Avevi informato l’ambasciata italiana prima di partire?

“Sì, naturalmente. Avevo paura, una gran paura, non sono una sprovveduta e così ho informato il consolato italiano a Smirne, che devo riconoscere non mi ha abbandonata, pur avendo più volte provato a dissuadermi ad intraprendere il viaggio. Giunta all’aeroporto di Istanbul le persone a cui chiedevo informazioni per il terminal di Diyarbakir, con gli occhi sgranati mi rispondevano: “Non andare lì, è troppo pericoloso, ci sono le bombe. Resta a Istanbul o vai a Izmir (Smirne), è più bello”.

Cosa hai fatto una volta arrivata a Diyarbakir e, soprattutto, come ti spostavi?

“La città e tutti i dintorni sono assediati dall’esercito e dalla polizia, ci sono check-point ovunque. Pensa che per entrare a Sur,  il borgo antico di Diyarbakir, ho dovuto prendere un taxi anche solo per fare 200 metri. In alcuni quartieri vige ancora il coprifuoco e non potevamo entrare con le telecamere in mano perchè  sono proibite. Ho avuto la fortuna di aver con me un bravo cameraman del luogo, che ha saputo proteggermi quando è servito. Un giorno hanno arrestato ed espulso due reporter svedesi, fermati nello stesso quartiere dove mi trovavo io il giorno prima. A quel punto siamo entrati nel panico e il mio cameraman mi ha nascosta in un luogo molto affollato, andando da solo a riprendere i quartieri ghetto della città, dove vivono in condizioni estremamente disagiate gli sfollati di Sur. Sto parlando di oltre quaranta mila persone rimaste senza dimora”.

Sei stata davvero fortunata a non essere arrestata…

“Sì, molto, devo tutto alle persone che mi hanno protetta e salvaguardata. Sono andata e sono riuscita a tornare portando con me il mio lavoro, che poi è stato mandato in onda da Tv 2000. E’ stata dura, cinque lunghi giorni di tensione continua. Ti racconto anche questo altro aneddoto: un giorno un anziano reporter tedesco, che conosce molto bene quei luoghi, mi ha detto: “Marina se ti dovessero fermare, non ti mostrare timida e pavida, ma dì con forza che sei una giornalista europea, italiana e che loro non possono farti niente”. Ecco, con questo umore e con la consapevolezza di poter essere fermata in ogni momento, mi muovevo a Diyarbakir. Ho conosciuto la sensazione dell’impotenza di fronte al regime ed è per questo che mi sono sentita molto vicina a Gabriele.  Sono stati solo 5 giorni, molto intensi ovviamente, ma mi sono sembrati un’eternità non sentendomi mai libera”.

Sulla liberazione di Gabriele pensi che si sia operato correttamente? Intendo a livello diplomatico…

“Il console Iannuzzi si è speso molto ed ha fatto un lavoro egregio. In quell’area è davvero difficile operare. Come ho detto prima il clima che si respira è pesantissimo. Sì, l’Ambasciata italiana ha lavorato correttamente e con altissima professionalità. Una garanzia per chi come noi fa il mestiere di cronista in luoghi come la Turchia dove la libertà di stampa non esiste più. Le piccole testate non schierate con il governo vengono oscurate e poi chiuse. E i giornalisti arrestati”.

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