Anche le aquile nel loro piccolo s’incazzano

Il simbolo di Palermo nella versione furente di Francesco Messina, candidato sindaco controcorrente. “La città non sa più sorridere, metteremo le persone al centro di tutto. Basta con i debiti, pensiamo ai nostri figli. Isole pedonali, ztl e tram: ecco cosa ne penso. E sul Festino di Santa Rosalia avrei un’idea…”

Peccato che prima o poi finiscano, ma la regola è che ogni elezione è come lo yogurt: ha una data di scadenza. In quella data si infrangono sogni e ambizioni di tanti, perché anche nel campionato del voto lo scudetto lo vince solo il primo. Gli altri rosicano, ma mentre fanno gli inseguitori di sogni non hanno tempo per pensare all’ipotesi – del tutto reale – della sconfitta. E in fondo è bello così perché, al netto di ideali e ideologie che contrabbandano quali verità assolute, ci regalano l’opportunità di raccontare storie di uomini che fanno i conti con sé stessi e con il futuro. Storie come quella di Francesco Messina, avvocato, classe 1961, l’ultimo in ordine di tempo ad iscriversi al palio di Palazzo delle Aquile.

“La mia candidatura nasce da una reazione istintiva – spiega -. Ogni mattina in Tribunale dicevo ai miei colleghi che era assurdo accontentarsi della dimensione che aveva assunto Palermo. Finchè un giorno un amico mi ha risposto: ma perché non ti candidi tu? Sfida accettata e così eccomi pronto a sfidare Orlando”.

Addirittura…

Si, Orlando è il simbolo del postergare. Io nella mia professione mi occupo di questione finanziarie e mi è da tempo chiaro che il segreto di certa politica è fare debiti. Così facendo il conto lo pagheranno gli altri, quelli delle generazioni future, ma soprattutto facendo debiti si crea clientelismo”.

Sia più chiaro.

“La situazione delle aziende municipalizzate è l’esempio più classico. Servizi carenti e bilanci in rosso. Ma gestendo queste situazioni si crea clientela. Ed è tempo di dire basta se non si vuole compromettere il futuro dei nostri figli a tempo indeterminato”.

Avvocato, non le sembra un passo avventato candidarsi a sindaco per una sfida tra colleghi?

“Le ho raccontato la scintilla che ha determinato la mia reazione d’impulso. La voglia di fare me la porto dentro da anni. Tenga conto, tra l’altro, che storicamente la politica l’hanno inventata gli avvocati”.

Ha corso il rischio di sfidare anche il suo presidente (Francesco Greco, primo candidato su cui puntava Miccichè, ndr)

“Ho letto, molti colleghi però stanno con me, condividono le mie idee e sostengono questa avventura”.

Ci perdoni, di quali idee parliamo?

“Mi ispiro alla dottrina del filosofo francese Emmanuel Mounier che mette la persona al centro di tutto. E da questo concetto che bisogna ripartire, rifondare la concezione della politica e della nostra società. Io sono cresciuto all’interno dell’Azione Cattolica, nel mio paese d’origine (Santo Stefano di Quisquina, ndr) mi definivano catto-comunista, definizione di moda all’epoca. Frequentavo il liceo classico, compagno di quegli anni fu il magistrato Alfonso Sabella.  Ma oggi che le ideologie sono morte i partiti non hanno più ragione d’esistere. Restano le persone con i loro valori. Questo è il messaggio che vorrei trasferire ai palermitani”.

Una candidatura al di fuori dai partiti, in puro stile Grillo…

“Un’intuizione perfetta ma non ha saputo svilupparla nel modo più appropriato”.

Per la sua opera di proselitismo, Francesco Messina si affida al Movimento Riformista, da cui deriva la lista che lo supporterà in Consiglio Comunale.

“Abbiamo già raccolto le firme, più di 400. E per evitare sorprese ho detto di abbondare e prenderne altre 100. I miei consiglieri saranno 40 soldati, scelti uno per uno per le loro doti umane. Bisogna restituire alla politica l’originaria capacità di occuparsi dei problemi della gente. Per esempio, incontro Ninuzzu per strada e mi dice: ma ti pare giusto che mio padre è morto e al cimitero è in deposito da un mese?  Eh no che non è giusto. E poi si chiama deposito il luogo dove conservare le bare? Non è dignitoso”.

Nel suo manifesto compare un’aquila piuttosto accigliata…

Incazzata nera, altro che accigliata. È il simbolo di una città che è stanca e non sa più sorridere. Capitale della cultura? Ma quando mai e di quale cultura. Palermo soffre di depressione. Che so, la domenica mattina dovremmo mettere una banda in centro e fare un poco di scrusciu. Così, per cominciare. E comunque, anche se sono un avvocato povero è tutto autofinanziato: l’aquila l’ho fatta io, senza aiuto di grafici”.

Francamente si vede. Passiamo al programma: i punti salienti?

“Nel mio triangolo c’è la premessa di una buona amministrazione, i vertici sono la persona, la responsabilità e la questione morale. In dettaglio, diremo no alla Ztl che serve solo a fare cassa e ha distrutto il commercio nel centro storico. Cosa diversa sono le isole pedonali che vanno pensate secondo le esigenze della città. Allenteremo la grande zavorra delle aziende municipalizzate che devono essere più controllate. No al tram che ha devastato Palermo e ad un piano regolatore che inibisce l’edilizia e di conseguenza genera l’abusivismo. Bisognerà ripianare i debiti, tutto partirà da qui.  E sul Festino avrei un’idea…”

Attenzione, con la Santa pochi scherzi…

Santa Rosalia è la patrona di Palermo ma il suo culto si estende anche in altri paesi. Io voglio un Festino di una settimana, le scuole chiuse…”

Ma a luglio le scuole sono chiuse e lo sono anche a settembre nel giorno di Santa Rosalia…

“Le mie origini sono di Santo Stefano di Quisquina, Rosalia è nostra figlia adottiva e noi la festeggiamo a giugno. Bisogna allargare i festeggiamenti, ripensare il Festino. Non dimentichi la mia matrice cristiana”.

Un’area piuttosto affollata, direi. La Vardera dice che il suo maestro è Gesù, Lomonte è numerario dell’Opus Dei…

“Badiamo bene, anche gli atei hanno straordinarie capacità di aggregare. Tuttavia, viviamo in una società lacerata, dovremmo seguire le parole di Papa Francesco e impiantare sorrisi dove oggi ci sono lacrime. Sul mio tavolo ci saranno la Bibbia e la Costituzione”.

Infine una promessa dal sapore grillino e che non suona affatto come una provocazione.

“Il sindaco di Palermo guadagna troppo, il mio stipendio non supererà mai quello di un magistrato di Corte d’Appello. Diciamo non più di 100.000 euro lordi, compreso il costo della segreteria (stia tranquillo, quello è compreso nelle spese dell’amministrazione, ndr). In ogni dettaglio voglio essere un sindaco che deve stare bene con la propria coscienza”.
Peccato che le elezioni prima o poi finiscano…

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