La mia casa non è un bordello

La retata anti squillo e l’arresto di due giorni fa ha cambiato la vita di un altro condominio palermitano: le “belle signorine” sono andate via e un giornalista senza volto diventa l’eroe del civico 39

C’è un momento in cui si dice basta. Basta con la paura, basta col girarsi dall’altra parte, basta far finta di niente. Basta ascoltare consigli che arrivano da chi amico non è, dal portiere, dal barista e dall’edicolante, proprio quello che ogni mattina fa, non richiesto, il resoconto sui movimenti di tutto il quartiere e anche del mio palazzo.
La mia casa non è un bordello, sono stanco di questo via vai che dura da un paio d’anni, di personcine – e potete immaginarvi il genere – che bussano alla porta di fronte alla mia. Stanco di incrociare sguardi ambigui nel pianerottolo e di tirare ad indovinare la nazionalità di queste sventurate che si avvicendano in questo appartamento che, potete giurarci, sarà registrato come bed&breakfast. Stanco di rispondere al citofono a notte fonda perché il pensiero prevalente è che se ci sono mignotte a destra e facile che ci saranno anche a sinistra. E se la signorina non risponde perché impegnata potete giurarci che suonano al citofono di casa mia. Che non è un bordello, nonostante, da poco meno di dieci anni, sento su di me gli sguardi di disapprovazione proprio come se lo fosse. Sono stanco ma palermitano: la mia denuncia è stata anonima.
Questa casa è stata il mio colpo di fortuna, l’eredità di una zia che a lungo ho chiamato madre. Quattro vani in un quartiere che ancora non ho compreso se classificare popolare. In quelle zone di confine tra l’edilizia degli anni ’40 e le costruzioni che nel ’70 aspiravano a cambiarne il volto. Case che spesso si tramandano di padre in figlio, impenetrabili al nuovo. E di padre in figlio si tramanda anche un certo tipo di mentalità. A metà del 2007 mi trasferisco in questa casa con il mio compagno, la nostra prima casa in comune. Condominio di cinque piani, sei appartamenti in totale, uno sfitto, quindi nove inquilini. Non appena hanno “letto” la situazione dell’interno 5 nessuno mi ha più salutato. Facevo più scandalo delle squillo che per anni, nell’indifferenza generale si portavano il lavoro a casa. A me non davano fastidio, silenziose e rispettose delle poche regole condominiali. Avevo paura dei loro protettori, dei clienti, di quell’ambiente che gira attorno al sesso a pagamento. Non di rado, vicino a casa, si cominciava a vedere qualche spacciatore. Io e il mio compagno abbiamo segnalato alla prima assemblea condominiale che c’era qualcosa di strano in quei due appartamenti. Immaginate le risatine, come se noi fossimo l’altra faccia di una stessa medaglia.
Da qualche giorno è finito tutto, la cronaca ci ha dato una mano, l’arresto di un presunto gestore di un giro di prostituzione in appartamenti ha consigliato prudenza a chi faceva affari nel nostro condominio. La pace durerà? Chissà. Ma la domanda che più frequentemente mi faccio è come mai non ci sia una retata al giorno visto che gli appartamenti, in ogni zona della città, sono la base di tutte le prostitute che si offrono via web. E che fine ha fatto la nostra segnalazione? Intanto la mia reputazione condominiale è cresciuta, sospettano che dietro l’operazione anti squillo ci sia il sottoscritto, giornalista e quindi a contatto con la gente che conta.  Nessuno ha capito che è stata una coincidenza e finchè non tornano le belle signorine mi godo questa sensazione nuova di eroe del civico 39. Firmato: penna senza volto.

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