Ancora un pizzico di Pepi

È stato il condirettore del Giornale di Sicilia per 34 anni, un record. Tre decenni interi sempre al primo piano di via Lincoln, attraversando un pezzo di storia importante. Sembrava che da quella poltrona non dovesse alzarsi mai. Invece il 3 Aprile scorso le dimissioni. E la fine di un’equazione: Giovanni Pepi = Giornale di Sicilia.

 Come dovremo chiamarla adesso? Quelli come lei restano direttori per sempre…

(ride) No, direttore non lo sono più. E quindi sono un giornalista come te, un collega. Questa è la definizione migliore.

Come sono stati questi primi giorni da ex? Ho sentito il piacere di un respiro nuovo, ho riflettuto e ho pensato con ritmi che non conoscevo più. Mi pare che sia un ottimo inizio.

E allora facciamo un po’ di memoria. E risaliamo al 1983: l’anno dell’arresto di Enzo Tortora, dell’incontro a Rebibbia tra Ali Agca e Papa Wojtyla, della strage Chinnici… e dell’insediamento di Giovanni Pepi al timone del Giornale di Sicilia. Un bel pezzo di storia…

Il 1983 è l’anno in cui si incrociano le emergenze più buie della storia dell’isola. Non dimentichiamo che tutte le istituzioni erano pressoché decapitate. L’unica voce autorevole, in grado di spingere la Sicilia verso dimensioni importanti, era quella del cardinale Pappalardo. Avevamo una mafia che appariva trionfante ed era ritenuta invincibile. L’ho ricordato nel mio editoriale di congedo: oggi la mafia è sconfitta, non perché non ci sia più, ma perché appare vincibile, ha perduto la sua aura, molto si è fatto e molto si potrà ancora fare.

Qual è il suo bilancio di questi 34 anni di gestione del Giornale di Sicilia?

Credo di avere iniziato, insieme con Antonio Ardizzone, in una fase molto difficile, in cui tutto veniva messo in discussione, e quindi anche noi. Abbiamo saputo, a mio avviso, tenere dritta la barra e abbiamo mantenuto una posizione centrale nell’informazione. Poi ci siamo dovuti inchinare, negli ultimi anni, davanti ad una crisi che è quella che oggi colpisce tutta l’informazione. Finendo per soccombere con l’avanzata dei new media, in primo luogo i giornali on line. Questa è la dimensione nuova nella quale i miei colleghi dovranno ancora impegnarsi per superare la crisi e per vincerla.

Si rimprovera qualcosa?

Sì, tante cose. Intanto il rimprovero principale è di avere dovuto lasciare il giornale, quando ancora non abbiamo vinto la crisi. L’amarezza è di vedere un mondo nuovo, che non riusciamo ancora a governare. E poi ci sono tante cose che uno può rimproverarsi, ma è inutile pensarci.

Cosa lascia in via Lincoln?

Lascio una squadra di bravi dirigenti, con i quali ho avuto anche rapporti di collaborazione molto belli. In primo luogo Marco Romano, che è il nuovo vicedirettore responsabile, con il quale ho avuto un rapporto stretto di collaborazione.  Questa separazione dal giornale io la considero una nuova fase, che avviene senza strappi, perché il giornale rimane in ottime mani. Quelle di tanti colleghi con i quali ho condiviso momenti difficili della mia storia professionale.

A proposito di colleghi. Lei ha visto passare tanti giornalisti, in tutti questi anni. Chi si porta nel cuore?

Non posso dimenticare Roberto Ciuni ed Ettore Serio, che sono stati dei miei maestri. E non posso non ricordare Mimmo Gerratana, la cui vita si è fermata proprio dentro al giornale.

 In questi giorni sono state più le attestazioni di stima o le critiche?

Ho visto più attestazioni di affetto. Lasciamo stare la stima e la considerazione, queste sono cose di cui devono parlare gli altri. Ma ho visto molto affetto attorno a me e questo mi appaga. Il nostro è un mestiere aspro, duro, che comporta sempre diverse opinioni, conflitti, scontri. Per cui avere dopo 34 anni persone che tutto sommato ti vogliono bene, beh… francamente questa è una cosa che mi ha molto, ma molto, commosso.

Si è fatto più amici o più nemici in questi anni?

 Né amici, né nemici. Io divido sempre le persone tra quelle che sono d’accordo con me e quelle che invece mi criticano perché non lo sono. Sento il sostegno dei primi e ho sempre grande rispetto per i secondi.

A Giugno compirà la bellezza di 70 anni…

70 anni. La bellezza lo dicono gli altri.

Che cosa si augura?

Io ho due passioni e un hobby. Il giornalismo non è più un mestiere, ma resta una passione. La fotografia non è stata mai un mestiere, ma continua ad essere una passione. Anzi, sto lavorando ad una mostra che vedrete presto. E poi la bicicletta, che è il mio hobby di sempre. L’unica cosa che ho fatto senza interruzioni. In questo momento, per esempio, ho il casco in testa, quello nuovo che ho comprato. Quindi puoi immaginare. Spero di potere mantenere il piede in tutti e tre i campi.

Quindi è inutile chiederle che cosa farà adesso…

 Non è che sia inutile, è impossibile. Perché non lo so. Per ora, ripeto, mi piace avere questo respiro nuovo sulle cose ed è una sensazione straordinariamente bella.

C’è un consiglio che darebbe al suo successore?

 Ricordi quell’aforisma che dice: ‘Quando si lascia non si danno buoni consigli, potrebbero rinfacciarti dei cattivi esempi’..? Lascio persone di grandissimo livello professionale, che sanno il fatto proprio. Quindi consigli nessuno.

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