Noi con Salvini? Tu solo

Alessandro Pagano si è imbarcato nell’avventura  con il leader del Carroccio e molti amici gli hanno voltato le spalle.  Ras del voto a Caltanissetta nell’era berlusconiana e seguace di Alfano, oggi è il riferimento delle camicie verdi  in Sicilia. E c’è poco da ironizzare: il fiuto non gli è mai mancato

La battuta: ha scelto il Matteo sbagliato. Ma, al netto dell’ironia, bisogna stare attenti,  perché Alessandro Pagano è uno che ha fiuto. E dal suo punto di vista il Matteo giusto è quello che lui accompagna in giro per la Sicilia nel tentativo di creare le condizioni di fare della Lega un partito efficace anche nel profondo sud. Personalmente spero che l’operazione fallisca ma non posso fare a meno di ammirarne il coraggio. Alessandro Pagano non sembra a disagio accanto al suo Matteo, a Lampedusa come a Palermo, a Catania come a Messina. Nonostante le contestazioni e le polemiche che accompagnano il suo nuovo “capo” nelle tournée siciliane e l’addio a parecchi di quelli che reputava amici.  Pagano è stato per anni un uomo partito, non di partito.  Nel senso che il partito era lui e i leader lo sopportava a stento. Nel suo collegio di Caltanissetta prendeva quasi l’80% dei voti di Forza Italia. C’è stato un caso in cui i vertici del partito hanno fatto veramente fatica a trovare le disponibilità per chiudere la lista: che si correva a fare se c’era Pagano in lizza?

Precoce come pochi, eletto all’Assemblea Regionale a prima botta nel 1996, diventa subito assessore in un settore nevralgico quale quello della Sanità. E con un handicap non da poco: mai stato simpatico a Gianfranco Miccichè, in quel momento in Sicilia secondo solo al padreterno. L’esperienza di governo viene bissata nel 2001 e la delega è ancora più importante, la più strategica in assoluto: sale le scale di via Notarbartolo e si accomoda al Bilancio. Dicasi rogne, ma la squadra che lo circonda è di primissimo livello. Nino Lumia, Gianni Silvia, Ignazio Tozzo e Patrizia Monterosso camminano con lui anche nel successivo trasferimento ai Beni Culturali. Si dice non faccia pane neanche con Cuffaro che è il presidente e tollera poco chi lo supera a destra sul fronte cattolico. Perché Pagano l’ortodossia religiosa la indossa come seconda pelle e ogni tipo di modernità nel campo del Santissimo gli procura l’orticaria. Vive lo sfratto dal Bilancio come un atto di guerra di Cuffaro – e forse non sbaglia – ma incassa il colpo e utilizza questa nuova fase come rodaggio per il sogno più grande. È la stagione in cui il processo a Totò è già avviato e Pagano punta in alto. Del resto, è stato assessore al Bilancio, passaggio obbligato nella Dc (da cui proviene) per puntare a Palazzo D’Orleans ed è nato a San Cataldo che diede i natali a Giuseppe Alessi, primo e indimenticabile presidente della Regione. La stagione è favorevole, Forza Italia fa saltare il banco dappertutto, figurarsi in Sicilia, ma risulta insormontabile l’asse Miccichè-Cuffaro. Sfuma Palazzo D’Orleans e prende piede l’esperienza nazionale: solita valanga di voti e per di più, al suo posto, fa eleggere all’Ars anche suo cognato.

Roma lo costringe a ridurre il contatto con il suo elettorato che piano piano decresce in maniera direttamente proporzionale a quello dei berluscones siciliani. Di Silvio non ha mai parlato male ma da ultra cattolico non ha neanche mai gradito lo stile di vita del Presidente. La storia delle olgettine lascia il segno, seguire Alfano gli viene naturale. Come naturale gli è venuto abbandonarlo quando Angelino si è messo sotto la tutela di Renzi. Ce ne sarebbe per salutare la compagnia e dedicarsi ad altro, forte fra l’altro di una pensione sicura costruita su 21 anni di legislature regionali e nazionali. Ma la politica esercita un richiamo irresistibile e Pagano per continuare la sua avventura sceglie la strada più dissestata e piena di insidie, almeno al sud. Sceglie Salvini e la Lega. Il finale di partita è ancora da scrivere.

 



		

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