Coppola e scoppola

La polemica sulla foto del G7 con la coppola è la classica timpulata che arriva all’improvviso e ci fa venire un dubbio: noi siciliani siamo proprio sicuri di non essere come ci dipingono? Siamo pronti a mandare all’aria la visione che hanno di noi?
Nessuno di noi, in fondo, ha difficoltà a ammettere i propri difetti, ma nessuno di noi ama che altri li facciano notare. Forse perché la nostra autocritica è sempre un pizzico ipocrita e ha un fondo auto assolutorio. C’è sempre un però che ci riscatta: sono pigro, è vero, ma quando mi ci metto… Nell’opinione degli altri, invece, leggiamo sentenze senza appello o attenuanti. Ma che ne sanno, loro? Stereotipi. Immagini che raccontano o costruiscono pregiudizi. Trancianti, sommari e definitivi, come un identikit che, però, non dice nulla delle esperienze che stanno dietro una vita. Una storia in movimento bloccata in una foto vera o metaforica. Forse per la Sicilia e i siciliani è la stessa cosa. Il siciliano si critica, racconta i suoi difetti fino a scarnificarsi, ma trova sempre un però che lo riporta a considerarsi il sale della terra. Ma guai allo straniero che lo descrive in quel modo. Di nuovo, che ne sa lui di quel che c’è dietro, dei torti della storia, delle dominazioni. E, poi, abbiamo il sole e il mare, Falcone e Borsellino… Quella foto dell’uomo con la coppola, ci risiamo: stereotipo anacronistico e riduttivo! Ritrae e cristallizza una Sicilia che non c’è più. Non c’è più? Forse, nei desideri di certi siciliani, nemmeno di tutti. C’è differenza tra come ci vediamo noi e come ci vedono gli altri. È questione di prospettiva, di racconto. Vista da fuori, quella Sicilia che cambia si vede poco e niente. Resiste tenace quella dell’uomo con la coppola e va ancora bene. Perché all’immagine del siciliano masculu e conquistatore da film anni ’50, si somma quella dei mafiosi, anche loro con la coppola, storta e con la lupara come in certi souvenir venduti senza pudore nelle vie del centro di Palermo, dei politici maneggioni e voraci, dei tantissimi impiegati sfaticati e figli della raccomandazione, delle migliaia e migliaia di forestali senza foreste, dei giovani che emigrano. Questione di racconto: questa è la Sicilia che purtroppo si rappresenta, che si vede in tv e si legge sui giornali. In certe trasmissioni pseudo giornalistiche e di intrattenimento che sbandierano lo scandalo soltanto per fare audience e non per cercare e denunciare le vere responsabilità. Ogni volta è una fatica raccontarne un’altra a quelli del Continente, nel passaparola degli incontri quotidiani, la Sicilia che cambia, con o senza coppola. Ma è una fatica di Sisifo, perché poi arriva una fiction, una domenica pomeriggio in tv, un articolo di giornale e tutto è sprecato. “Ma perché, in Sicilia avete le autostrade?”. Giuro che l’ho sentita. E la cosa paradossale è che mi offendo, ma poi mi chiedo: “Quelle che abbiamo in Sicilia sono autostrade?”. Questione di prospettiva: dipende da chi le dice le cose. Poveri e superbi siamo. Se criticano la Sicilia o la rappresentano in un certo modo, ci offendiamo, perché certe verità possiamo dirle soltanto noi, ma, al solito, per poi consolarci e assolverci. È vero, ci sono la munnizza e il traffico, la mafia e i politici rapaci e voraci, chiacchieroni e bizantini, incapaci e clientelisti, gli abusivi di ogni tipo e ancora, ancora e ancora. Però, il sole, il mare, Falcone e Borsellino… e ancora, ancora e ancora. C’è un bellissimo libro di Gaetano Savatteri, recente e antologico: Non c’è più la Sicilia di una volta. Racconta un’Isola nuova, diversa, che parla di sé in maniera critica ma che non si autoassolve, che non dimentica i troppi vizi, ma che spiega cosa ci sia oltre quella coppola. E c’è anche il film di Ficarra e Picone, che racconta la Sicilia che vuole cambiare, ma si accorge che cambiare ha un prezzo troppo scomodo e troppo alto. Che si rimette la coppola e continua così.

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