Era mio padre

Renzo Barbera il 19 aprile compirebbe 97 anni. Il figlio Giuseppe ne traccia il ritratto che è anche il racconto di un’epoca. L’amore per il Palermo e per donna Giuliana. Il rapporto con Renzino, la sconfitta con il Bologna e la passione per Pantelleria. E quel rimprovero…

Parlare di chi ti ha dato la vita non è operazione semplice, anche se il tempo attenua il doloroso effetto della nostalgia trasformando in un accenno di sorriso le contrazioni dell’emozione. Più è stata ingombrante la figura paterna e più il distacco è chirurgia che lascia cicatrici. Renzo era suo padre, un nome che a Palermo è quasi un’esclusiva, un cognome che ha la forza di un brand. La foto riduce l’effetto sorpresa, ma se esistesse lo speaker della scrittura alla parola Barbera scatteremmo tutti in piedi.
Renzo Barbera non è stato solo il papà di Giuseppe, Ferruccio e Ialù ma di intere generazioni di palermitani che riconoscevano e rispettavano quella figura dal portamento elegante che sapeva creare empatia e timore e farti sentire figlio indipendentemente dai natali. Cagnolo ma con stile, confidenziale quel che bastava con i tifosi, le due parole in siciliano dette al momento giusto, la paghetta che altro non era che il biglietto di curva pagato di tasca propria, in casa e in trasferta, per non abbassare l’incasso delle partite. Raffinato emblema del gentiluomo d’antico stampo nei salotti borghesi dove si muoveva con disinvoltura ma senza particolare passione. Nell’epoca dei Rozzi e dei palazzinari  il nostro presidente Barbera magari vinceva poco ma era una figura esportabile. Il più elegante negli stadi di tutta Italia, il più amato dalla sua gente. Esserne figlio naturale non deve essere stato facile.

“Proprio così – conferma Giuseppe, primogenito di Renzo, professore ordinario di Colture Arboree all’Università di Palermo, erede anche di tratti somatici inconfondibili -. Gli anni del periodo ’70-’80 sono stati di grande imbarazzo per chi come me era negato a giocare a pallone.  Mio padre, come potete immaginare, era un po’ sovraesposto e questo non giovava alla mia vita sociale. Non ero credibile nei cortei o quando andavo a fare picchettaggi ai Cantieri Navali essendo figlio del presidente Barbera. Io ho avuto due croci nella mia vita: il Palermo e Io vedo Cts, i grandi amori di mio padre e mio fratello…”

Un padre, fra l’altro, non solo presidente di una squadra di calcio ma anche vicino alla Dc…
“Vicino perché quella era la parte politica che lo accompagnava nella conduzione della squadra più che per appartenenza ideale”.

E un figlio extra parlamentare che ospitava a casa gli autore del Male, rivista satirica di culto della sinistra dell’epoca che veniva pensata e redatta a Villa Barbera…
“Avevamo anche allora un rapporto molto sincero. Rispettava le mie idee, si fidava, sapeva che non sarei finito in galera (stessa ironia del padre, ndr)… Poi conosceva la famiglia di Vincino, conosceva le mie amicizie. E così è stato anche con Ferruccio e Ialù.  L’unica sua fissazione era lo studio, su quello non transigeva”.

Un passo indietro. I ricordi di Renzo visto con gli occhi di bambino.
“Era un padre severo, rigoroso, pretendeva correttezza e serietà ma non riusciva a nascondere quel suo tratto ironico che un po’ mitigava l’aspetto più austero. Poi siamo cresciuti e ci ha trasmesso la sua voglia di vivere e di affrontare le difficoltà  con un sorriso”.

Renzo e Renzino, due maniere diverse di essere Barbera.
“Negli anni ’50 e ’60 formavano una coppia esplosiva. Avevano molte cose in comune anche se poi hanno fatto scelte di vita diverse: uno con il calcio, l’altro con la poesia e il teatro, uno con il latte e l’altro con l’olio. Noi eravamo bambini, l’estate a villa Barbera, la casa dei nonni, è un ricordo incancellabile”.

Renzo portava il lavoro a casa? Il rosanero invadeva villa Barbera?
“Era impossibile tenere il Palermo fuori di casa. Papà era innamorato della squadra e della città, per lui erano la stessa cosa. Interpretava il suo ruolo come impegno civico. Se volete, quello che è mancato a Zamparini”.

Il Palermo aveva una sola rivale: donna Giuliana…
“Mia madre era l’unica che poteva stare davanti al Palermo. Ma sia chiaro, alcune volte, non sempre… Il loro è stato un amore da invidiare ma per mamma non è stato semplice vivere accanto ad un uomo che occupava ogni spazio. In loro ho visto amore e rispetto, la ricetta del matrimonio ideale. Anche se papà ne ha fatte di ogni genere…”

Ricordi un rimprovero?
“Si e non ero affatto bambino. Gli comunicai che non avrei chiamato mio figlio Lorenzo. Era già il nome del figlio di Ferruccio e di un altro cugino, sarebbe stato il terzo Lorenzo in famiglia. Ho voluto affrancarlo dalla tradizione. Non mi ha parlato per 2 giorni. Poi per mio figlio Emilio, il Lorenzo mancato, è stato un nonno straordinario. Guardavano insieme persino le partite di calcio, privilegio riservato a pochi”.

Ricorda un sorriso?
“Uno in particolare? Vi sembrerà paradossale ma è più difficile perché il sorriso era il suo tratto distintivo. Scelgo il sorriso del papà ormai invecchiato, che si inteneriva e si emozionava e cercava abbracci.  Da giovane era un padre meno fisico, come quelli della sua generazione lasciava alla donna gli abbracci e il contatto corporeo”.

Ci racconti la sera della finale persa con il Bologna?
“Essere una persona seria significava per lui anche accettare la sconfitta. Ci restò male, ci mancherebbe, ma passò più tempo a consolare piuttosto che a farsi consolare. Tante vittorie ma anche tante sconfitte brucianti. Presiedere il Comitato organizzatore di Italia ’90 cancellò ogni amarezza”.

Se dico Pantelleria…
“Si aprono squarci di vita meravigliosa che ci tramandiamo di padre in figlio. Pantelleria è la nostra casa comune, ricordo il primo giorno, nel marzo del ’73. Vi racconto una cosa per farvi capire cosa era Pantelleria per mio padre. Ieri ho tirato fuori da un cassetto una cornice con tre foto: nella prima c’era Viciani, l’allenatore che prediligeva, nella seconda la Juventina, la squadra degli esordi e nella terza l’Ogigia, la squadra di Pantelleria…”

Oggi Renzo Barbera avrebbe compiuto 97 anni, fra un mese sono 15 anni che non c’è più. Mai pensato a qualcosa che lo ricordi?
“Per fare questa cosa ci manca Ferruccio”.

A proposito di ricordi, personalmente pensavo fosse più giusto  intitolare a tuo padre viale del Fante piuttosto che lo stadio. Pensa se il Palermo, come sembra, prima o poi andrà a giocare da un’altra parte…
“Capisco il senso, però lo stadio è un simbolo forte. Il corteo funebre di Renzo si è concluso allo stadio. Ci piace che porti il suo nome”.

Il tratto che unisce tutti voi, figli e nipoti, con Renzo?
“Forse la serietà non seriosa”.

Pin It on Pinterest