Pasqua, auguri Sicilia

La nostra preghiera laica per riscattarci da quelle schiavitù, piccole e grandi, che ci “incatenano” nella vita di tutti i giorni

Resurrezione o riscatto dalla schiavitù, la simbologia della Pasqua, legata all’origine latina ed ebraica del termine, è talmente forte che possiamo consentirci una sintesi che assimila e concentra i due concetti.

Oggi risorgiamo, per liberarci da quali schiavitù? Null’altro opprime noi siciliani al punto di considerarci in catene se non la mala politica. Il  primato delle nefandezze non gliela toglie nessuno, una schiavitù un po’ cercata ma sempre schiavitù è. Seguita a ruota dalla pessima burocrazia che l’accompagna e di cui forse è figlia. E non dimentichiamo il pizzo, madre di tutte le tasse non dovute, simbolo della mafietta che solo noi alleviamo.

Stesso discorso per la maleducazione che attecchisce con facilità alle nostre latitudini e genera il conseguente fenomeno di stupore nei normalissimi casi opposti (“sono entrata in quel negozio, hai visto com’è gentile la commessa?”). Liberiamoci dalla tentazione di considerare perennemente il nostro interesse superiore a quello collettivo e proviamo a scalfire la radicata convinzione che “ogni testa è tribunale” (le leggi, amici cari, esistono le leggi). Proviamo a considerarci cittadini e non sudditi, proprio adesso che siamo alla vigilia del voto. E per ultimo proviamo a liberarci da quella ritualità (finta) religiosa che invade il campo della vita di tutti i giorni: inaccettabile come un qualsiasi sopruso. Come le lapidi dei morti a guisa di pietre miliari nelle carreggiate urbane o le campane delle chiese che implacabili ci svegliano alle 7 di ogni domenica mattina. Dio di tutti i cieli, è questa la nostra preghiera: con la tua benedizione è di questo che vorremmo liberarci.

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