Non è più Palermo calibro 9

Il questore Renato Cortese, l’uomo che catturò Provenzano: “Il suo arresto chiuse un’epoca. La mafia esiste ancora e fa affari anche se non più come una volta. Messina Denaro? È un latitante, ha un suo tempo. Ho ritrovato una città viva, che non ha più paura”

Era il capo della sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo quando, l’11 aprile del 2006, in un casolare nelle campagne del corleonese, catturò il boss di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Da allora è rimasto nel cuore dei palermitani. E a Palermo, dieci anni dopo, è tornato come Questore. Renato Cortese, calabrese, detto ‘il cacciatore’, è la memoria storica della lotta alla mafia in Sicilia e non solo.

L’ultima volta che l’ho intervistata era proprio l’aprile del 2006. Mi disse che quello era stato il giorno più lungo della sua vita…

Beh, se l’ho detto vuol dire che è stato proprio così.

Da Palermo andò via subito dopo la cattura di Provenzano. Sono passati poco più di dieci anni e, come per uno strano scherzo del destino, qui è tornato come Questore. La prima cosa che ha detto nel giorno del suo insediamento è stato: “Tornare qui è come tornare a casa”. Non capita di sentirlo dire proprio a tutti…

In effetti non essendo palermitano, sembra una cosa apparentemente illogica. Ma lavorare alla Squadra Mobile di Palermo non è come lavorare altrove. Lavorare in quegli uffici, dove pochi anni prima erano caduti uomini come Boris Giuliano, Beppe Montana, Ninni Cassarà, rappresentava una componente emozionale in più. Una rabbia in più che in altre Squadre Mobili non si respira. Quella di quegli anni non era un’attività investigativa sic et simpliciter. Era tutta la vita passata in quelle stanze, dalla mattina alla sera. Se a tutto questo aggiunge che professionalmente ho passato i primi anni in questa città e che qui ho portato avanti tante operazioni – e perché no, anche tanti successi, specialmente in quegli anni dopo le stragi, quando ogni risultato era un tributo ed un omaggio a quegli uomini che avevano versato il sangue – allora ecco perché ho considerato Palermo la mia città di adozione.

Come ha ritrovato Palermo dopo questi dieci anni?

Forse rischio di essere un po’ fuori dal coro. Però io ho trovato una città cambiata in meglio. Vedo la gente che ha voglia di vivere una certa normalità. Non ricordo che negli anni ‘90 ci fossero problemi di movida. Io ricordo una cappa, la gente un po’ impaurita. Oggi vedo tanti quartieri dove c’è vita. Credo che sia un cambiamento da guardare con positività e da assecondare. Senza dimenticare che le regole vanno comunque rispettate, da tutti, dovunque. Ma io trovo assolutamente positivo che ci siano tante persone, soprattutto giovani, che vogliono vivere – con un certo fermento anche culturale – questa città.

Il contrasto alla mafia. Da questo punto di vista Palermo a che punto è?

Anche in questo caso, per fortuna, Palermo non è più quella di 15-20 anni fa.  Quando qui ero un giovane funzionario, dovunque andassi, in qualunque mandamento, c’erano superlatitanti. Era sostanzialmente un processo contro la mafia a gabbie vuote, perché i  principali esponenti erano tutti latitanti e tutti di una certa caratura criminale. Tutto questo adesso non c’è più. Ci sono stati arresti eccellenti, sequestri di beni notevolissimi, la strategia eversiva di Cosa Nostra – per fortuna – appartiene al passato. Rimane certamente una mafia presente. Ma adesso sono gli imprenditori del fenomeno mafioso che non devono trascurare il fatto che nel Dna di Cosa Nostra ci sono fasi alterne. Ci sono quelle in cui si è manifestata con la violenza e quelle in cui si manifesta con la calma, solo apparente. Ecco, in questa fase bisogna stare attenti al fatto che Cosa Nostra è viva e vegeta, e sta facendo affari. Su questo bisogna fare molta attenzione e, soprattutto, bisogna intercettare ogni piccolo segnale da cui si possa dedurre che si sta riorganizzando. Anche alla luce di possibili scarcerazioni di esponenti di spicco dell’organizzazione, anche di menti raffinate, intorno ai quali coalizzare questa voglia di ripresa.

E poi rimane Matteo Messina Denaro…

Lui è un latitante e, come tutti i latitanti, ha un suo tempo. Bisogna solo capire quando.

Si può parlare, secondo lei, di una nuova mafia dall’arresto di Provenzano in poi?

Forse è ancora un po’ presto per stabilirlo. Sicuramente l’arresto del boss corleonese ha chiuso un’epoca. Caduto Provenzano, il mito dell’imprendibilità, nei siciliani è nata la consapevolezza che forse si poteva vincere questa battaglia. Credo, infatti, che dalla cattura di Provenzano a quella immediatamente successiva di Lo Piccolo in poi, sia rinata nei palermitani la speranza. Qualcuno ha denunciato le estorsioni, gli imprenditori hanno adottato un codice deontologico diverso. Per cui la fine di un’epoca è l’inizio anche di un nuovo modo di dare speranza alla gente. Sull’aspetto militare è ancora presto per dare una valutazione.

Palermo e la sicurezza. E’ vero che aumentano i reati minori e perché?

No. Se ci atteniamo ai numeri, tutti i reati sono in calo. Tranne i furti, che sono in leggero aumento. Va tenuta in considerazione anche una crisi economica che ormai da un po’ di anni attanaglia l’Italia. Purtroppo anche la piccola delinquenza ne risente. Ci sono rapine che chiamarle così, a volte, diventa difficile. C’è gente che va a caccia degli spiccioli per sopravvivere. Va registrato che a Palermo la gente non ha consapevolezza di una sicurezza piena. Ma questo dipende da una minaccia terroristica che sui media è pressante e dall’assistere ai continui sbarchi di immigrati, due cose che vengono associate impropriamente.  E quindi la gente si sente insicura nonostante ci sia un calo nei reati. Ma noi continuiamo a lanciare messaggi di serenità alla popolazione, cercando di far capire che Palermo non è così insicura e che la polizia è dalla loro parte.

Ripensa mai a quell’11 Aprile del 2006?

Ci ripenso spesso. E stando a Palermo ci si pensa anche di più. Qui ho ritrovato i miei collaboratori di allora. Penso a quel gruppo di lavoro, penso alle tante nottate passate alla ricerca dell’obiettivo. Ecco perché, ancora una volta, voglio ringraziare gli uomini e le donne della Squadra Mobile di Palermo. Perché se oggi sono Questore di questa città è sicuramente grazie a loro.

Pin It on Pinterest