Nel nome del padre, non del padrino

Papa Francesco, Augusto Cavadi, il cardinale arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice

Il filosofo Augusto Cavadi: “Una Chiesa più sobria è meno attraente per la mafia. Il Papa ha ragione ma prima di allontanare i mafiosi dovremmo chiederci perché si avvicinano”

Le parole del Papa sono esplose in una giornata di cronaca ordinaria. “I mafiosi non hanno speranza” una frase talmente esplicita che ha oscurato il ragionamento di Francesco rendendolo quasi superfluo. La Chiesa che si scaglia contro la mafia dal suo più alto pulpito e detta la linea. La Sicilia, terra che ha quasi in esclusiva l’uso della parola mafia, recepisce il messaggio proprio nel giorno in cui l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, sul quotidiano Avvenire affronta l’argomento dell’impegno della Chiesa a Palermo con una dedica spontanea a Padre Pino Puglisi (“sbagliato definirlo prete antimafia, non ci sono preti antimafia ma solo preti che incidono nella storia degli uomini e non vanno imprigionati in alcuna etichetta”).

Una “simultanea” che non può essere casuale e che getta le basi per una condotta che vuole tagliare fuori le contraddizioni spesso frequenti al Sud, tra “inchini” di simulacri e processioni deviate in favore di boss. La Chiesa contro la mafia in Sicilia, duole dirlo, non è cosa scontata.

“Sono importanti le parole del Papa – sottolinea Augusto Cavadi, filosofo, studioso del cattolicesimo, socio dell’Associazione Teologica italiana, compagno di tante giornate di don Pino Puglisi – ma hanno un valore ambivalente. Sono un po’ come quelle dei Capi di Stato in occasione di attacchi terroristici: facile condannare se si ha una copertura tale da essere immuni da ritorsioni. Le parole del Papa non sempre possono essere ripetute dal parroco di periferia che la mafia se la vede sfilare ogni giorno davanti. Una cosa è la mafia, entità astratta, altra cosa i mafiosi in carne e ossa. Il Papa è il Papa, ha un riscontro mediatico che gli consente di entrare nelle case di tutti, le sue parole sono fondamentali, fungono da stimolo ma rappresentano il 50% del lavoro che la Chiesa deve fare. L’altra metà è il lavoro sul campo, la lotta che ogni giorno si fa nei quartieri”.

Il ricordo di don Pino – come ha sottolineato Lorefice – è ancora vivo. “Lui ha visto i mafiosi in faccia, nell’ultima intervista rilasciata a Delia Parrinello (Giornale di Sicilia, ndr) si rammaricava perché non venivano allo scoperto. Voleva parlare con loro, li vedeva in chiesa e non capiva cosa li disturbava del suo comportamento. Che la mafia e la Chiesa talvolta siano andate a braccetto è un fatto gravissimo. Oggi grazie alle azioni di tanti Papi – da Giovanni Paolo II a Benedetto sino a Francesco – ma anche di semplici preti come don Pino, la situazione è molto diversa rispetto al passato ma non ancora del tutto risolta”.

Quali passi sono indispensabili da compiere per risolvere tale contraddizione?

“La Chiesa, prima di adoperarsi per allontanare i mafiosi, dovrebbe chiedersi perché essi si avvicinano. La risposta potrebbe essere che la mafia frequenta luoghi di potere e segue l’odore del denaro. Le mosche vanno dove c’è il miele, non è normale che nella Chiesa ci sia tanto miele. Una Chiesa più sobria e più spoglia di potere sarebbe certamente meno attraente per la mafia”.

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