“Ricordo il freddo di quella lama che mi squarciava la vita”

Freddo. Io ricordo il freddo. Il freddo della lama di quel coltello che mi arrivava dentro all’improvviso e che mi squarciava la vita. Il gelo dei suoi occhi e quello delle sue parole, anche se ormai non le sentivo più. Un colpo, due colpi, tre colpi…

Quello che ricordo meglio è il primo, il più cattivo. Anche se il secondo fu più forte e il terzo più lungo. Poi non so quanti altri ne arrivarono, io non c’ero più. Il primo non te lo aspetti, pensi che non arriverà mai, che non esiste. Pensi che sia il peggior tradimento che un uomo possa infliggere ad una donna, che un essere umano possa imporre ad un altro essere umano, che nessuno possa arrivare a tanto. Invece arrivò e fu terribile.

Io tremavo, lui colpiva. Gridavo, lui colpiva. Piangevo e lui colpiva. Freddo.

Dura poco il dolore. Dura poco lo strazio. Non senti più le voci, tutto diventa bianco, tutto si spegne piano piano. Ma la mia rabbia, il mio tormento, il mio martirio, sono ancora qui e incombono su quello che resta. E quello che resta è soltanto una domanda, l’ultima: perché?

Ho immaginato di essere io l’ennesima protagonista dell’ennesimo ‘femminicidio’. Ho immaginato di essere quella donna, quella moglie, quella fidanzata, quell’amante. Ho immaginato di trovarmi al suo posto, in quel momento. E l’ho immaginato così.

Perché non possono essere solo numeri, non possono essere solo notizie di cronaca sui giornali e nemmeno riflettori che si accendono e poi, inevitabilmente, si spengono. Sono vite, vite vere. Per favore, ricordiamocelo.

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