Mi dispiace, devo andare

Antonio Ingroia è nato a Palermo il 31 marzo del 1959. La sua tesi di laurea in Giurisprudenza sull’associazione mafiosa ha vinto il Premio Speciale dell’istituto Gramsci. Una tesi quasi profetica: appena un anno dopo vinse infatti il concorso in magistratura. Ha lavorato nella procura di Marsala con Paolo Borsellino, sino al ritorno a Palermo nel 1992, anno in cui divenne componente della Procura Antimafia del capoluogo siciliano. Da pm si è occupato di diversi processi di grande rilievo mediatico: da Rostagno a Dell’Utri, sino a quello sulla trattativa Stato-mafia. Ha provato la carriera politica, fondando il movimento Rivoluzione Civile che non superò lo sbarramento alle elezioni nazionali del 2013. Lasciata la magistratura è divenuto avvocato e, contestualmente, commissario della società regionale Sicilia e-Servizi. 

Buon compleanno, dott. Ingroia…

Grazie. Gli anni passano ma mi sento bene.

Come lo festeggerà?

In linea ed in coerenza con quello che ho sempre fatto, cioè lavorando. Mi trovo a Trieste, lontano dalla Sicilia ma per un’attività legata alla Sicilia, perché sono all’assemblea delle società regionali digitali per fare il punto della situazione sulle varie problematiche che le società regionali di informatica affrontano.

Nel giorno del compleanno di solito ciascuno fa i conti con se stesso. Qual è il bilancio dei suoi primi 58 anni?

Complessivamente direi positivo. Sono abbastanza soddisfatto di ciò che ho fatto fin qui.  Potevo fare di più e meglio ma questo costituisce uno stimolo per fare di più e meglio nei prossimi 58 anni

Ad un certo punto, cinque anni fa, la sua vita cambia totalmente. Lascia la Procura di Palermo e va in Guatemala. Poi torna in Italia e si lancia nell’avventura di Rivoluzione Civile per le elezioni politiche del 2013 senza superare lo sbarramento. Poi le dimissioni dalla magistratura. Cinque anni che sembrano una vita. Che è successo?

È successo che sono arrivato, dopo 25 anni di magistratura, a un punto di svolta che però è stato bloccato e stroncato.

In che senso?

Nel senso che si è arrivati all’apice di tante indagini che avevo fatto: dal processo Contrada, al processo Dell’Utri, fino al culmine dell’indagine sulla Trattativa Stato-Mafia che ha portato me e i miei colleghi, Nino Di Matteo in particolare, nell’anticamera delle verità più terribili, dalle stragi del ‘92 in poi. Credevo – e ne sono ancora convinto – che la chiave di quelle stragi fosse la nostra indagine e che siamo arrivati a un passo dalla verità assoluta. Dopo di che, sul più bello, nel momento più importante e decisivo, mi sono ritrovato insieme a pochi magistrati sostanzialmente da solo. Istituzionalmente solo. Mi aspettavo che ci fosse sostegno e supporto, se non da tutti, almeno da una parte consistente della magistratura, del  mondo politico-istituzionale e dell’informazione, invece ho sentito un senso di profonda solitudine e delusione, proveniente anche da quegli ambienti con i quali si marciava fianco a fianco. Quando si faceva il processo Contrada o il processo Dell’Utri almeno c’era un pezzo di società che ci seguiva e ci sosteneva. Per quello sulla Trattativa Stato-Mafia evidentemente si è ritenuto che osassimo troppo e c’è stato lo sbarramento. Poi perfino il contrasto con la più alta carica dello Stato – che allora era il Presidente Giorgio Napolitano – e il conflitto di attribuzione ha costituito un freno. Così ho perso le speranze di cambiare le cose da quella posizione e ho deciso di voltare pagina. In questi anni ho cercato in vari modi di continuare a dare il mio contributo da posizioni diverse.

Che mi dice di quell’esperienza politica?

Quella fu la sfida più ambiziosa. Ma anche nel mondo politico ci sono state più ostilità che sostegno e supporto. Una volta che si imbocca una strada però non si deve più tornare indietro. Io sono contrario ai magistrati che si candidano e poi tornano a fare i magistrati. Quindi ho deciso di cambiare in modo radicale, ho iniziato a fare l’avvocato, con soddisfazione personale e professionale.

Si rimprovera qualcosa?

Potrei dire che forse ho avuto troppa fiducia nello Stato e nelle istituzioni. Forse ho sbagliato a credere che ci potessero essere le forze e le energie nello Stato italiano per guardarci anche dentro e fare i conti con quella terribile stagione di sangue. Così non è stato. Però non me lo rimprovero, perché cos’era l’alternativa?

Comprendo la sua amarezza. A proposito, lei è sempre interista?

Sempre, nonostante tutto.

Se dico Karl Heinz Schnellinger che le viene in mente?

Il terzino del Milan e soprattutto il famoso pareggio nella semifinale di Italia-Germania 4-3, a Città del Messico, indimenticabile. Partita nella quale segnò un interista, cioè Roberto Boninsegna, che fece il primo gol.

Le rivelo che siete nati lo stesso giorno, con 20 anni di differenza…

Questo non lo sapevo.

Come se lo ricorda quel 4-3?

Mi vengono i brividi. Avevo 11 anni e vidi la partita con mio padre. Pur non essendo ancora un grande tifoso, la seguii con grande passione. Tutti gli italiani si strinsero attorno alla squadra, fu un momento patriottico eccezionale, indimenticabile.

Torniamo a noi. Come la ritroveremo tra cinque anni?

Non lo so, la vita di ciascuno di noi è in grande evoluzione. Tra cinque anni potrei  non essere più in Italia. Io sono molto deluso da questo Paese. Quella in Guatemala non era una fuga, ma la consapevolezza di una mia difficoltà di riconoscermi nella strada che il Paese aveva preso. Uno dei miei slogan durante l’attività politica era:  “Bisogna cambiare il nostro Paese per non cambiare paese”. Oggi la mia sensazione è che il Paese sia cambiato in peggio. Ecco perché ogni tanto mi viene la tentazione di andare via.

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