Nuovo piano sociosanitario, Cappadona: “Regione taglia servizi e lavoro. Allarme e proteste di utenti e operatori”

In dirittura d’arrivo il Piano sociosanitario regionale con il quale l’Assessorato della Salute e quello della Famiglia si apprestano ad introdurre alcune misure correttive al sistema dei servizi sanitari e sociosanitari. Cresce intanto la preoccupazione delle cooperative sociali che gestiscono strutture psichiatriche residenziali e servizi domiciliari, sulle quali gravano i tagli e i ridimensionamenti previsti per cercare di contenere la spesa sanitaria pubblica.

Ne parliamo con Michele Cappadona, presidente di AGCI Sicilia, la federazione regionale dell’Associazione Generale delle Cooperative Italiane alla quale aderiscono circa 260 consorzi e cooperative sociali impegnati quotidianamente nell’assistenza a disabili, minori, anziani.

Presidente Cappadona, quali sono gli aspetti positivi del nuovo Piano regionale?

«Sicuramente c’è la volontà di dare un assetto ben organizzato al sistema dei servizi sociosanitari attraverso la gestione coordinata degli stessi tra gli Assessorati della Salute e della Famiglia come soggetto unico. Un’organizzazione razionale che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe garantire maggiore efficienza».

Cosa ci sarebbe da rivedere in questo Piano?

«Riteniamo senz’altro utile l’opportunità di adeguare l’offerta di servizi socio assistenziali alle nuove dinamiche sociali ed alla sempre crescente richiesta. Ma, sulla scorta delle perplessità espresse dai nostri esperti del settore e dalle cooperative a noi aderenti che svolgono questi servizi, sono le modalità con le quali si sta attuando questa “riforma” che perseguono una strada del tutto errata».

Le dispiacerebbe approfondire la questione?

«Intanto ciò che suscita maggiore preoccupazione sono i nuovi standard strutturali richiesti per le strutture psichiatriche residenziali che si occupano di ospitare i disabili psichici. Non è chiaro che fine faranno le realtà già esistenti, dal momento che rispondono a standard strutturali diversi da quelli che stanno per essere introdotti, e non è ipotizzabile che queste possano adeguarvisi in maniera del tutto indolore qualora venisse loro richiesto di procedere in tal senso».

Ci sono rischi per la qualità dei servizi e i livelli occupazionali dei lavoratori?

«L’altro aspetto allarmante è proprio quello relativo agli standard organizzativi e alle figure impiegate in quelle strutture. Stando a quanto previsto dal nuovo Piano sociosanitario, O.S.S. e O.S.A. (Operatori Socio-Sanitari e Operatori Socio-Assistenziali) subiranno una considerevole diminuzione del proprio monte ore lavorativo e questo non può che ripercuotersi negativamente anche sulla qualità dei servizi resi, senza considerare, poi, le difficoltà che si troverebbero a dover fronteggiare questi lavoratori qualora le imprese sociali si trovassero nella condizione di rivedere al ribasso i rapporti di lavoro o, peggio, di doverli licenziare. Ma questo è un ragionamento che si può estendere ad altri settori, ad esempio quello della formazione: i problemi di cui soffrono questi servizi ricadono sempre sulle spalle dell’anello debole della catena. Gli ambiti dei servizi sociosanitari e della formazione sono, per altro, quelli in cui è attiva un’alta percentuale di cooperative e, come spesso accade, sono prima di tutto i loro lavoratori e le famiglie di questi ultimi, per esempio, a subire le conseguenze dei ritardi nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni».

Le strutture psichiatriche residenziali sono correttamente inquadrate?

«Nel complesso la risposta è positiva. Vengono però totalmente ignorate alcune tipologie di struttura che hanno dato prova, in venti anni di “sperimentazione”, di poter conseguire significativi risultati nell’ambito della riabilitazione sociale e, contemporaneamente, comportare risparmi in termini economici. Le St.A.R. (Strutture Abitativo-Riabilitative) sono nate per accogliere all’interno di civili abitazioni gli ex degenti dei vecchi manicomi, in piccoli gruppi, ai quali venivano (e vengono) offerti interventi terapeutici riabilitativi votati a garantire loro dignità e una qualità di vita basata su tre assi: abitare, lavorare, socializzare. Di fatto, se anche oggi sono state in parte snaturate, hanno rappresentato e rappresentano ancora un modello di buone prassi nella gestione condivisa dei servizi sociosanitari tra le A.S.P. territoriali e il privato sociale».

Che fine faranno queste St.A.R.? Verranno soppresse in favore di altri tipi di strutture?

«In verità queste sono le domande che ci poniamo anche noi, perché nel Piano sociosanitario non si parla proprio di St.A.R. Contrariamente, però, a quanto tentato dall’A.S.P. di Messina, che ha provato ripetutamente a chiuderle tra le ire dei sindacati, noi come AGCI Sicilia vorremo invece riportarle alla loro funzione originaria, proponendo alle Istituzioni di integrarle tra le tipologie di strutture psichiatriche residenziali presenti nel Piano. Sarebbe infatti ora, dopo venti anni, di smetterla di considerarle strutture a carattere sperimentale e di estenderne la presenza anche al resto della Sicilia, determinando delle rette adeguate a coprire i costi del personale e quelli di gestione (locazioni, utenze, etc.) in maniera analoga a quanto accade per le C.T.A. (le Comunità Terapeutiche Assistite, da 20 posti letto), che sono di esclusiva competenza del S.S.R.».

E riguardo ai servizi domiciliari?

«Per quelli esiste già una ottima legge quale è la 328/2000: basterebbe applicarla. Da questo punto di vista il ruolo strategico spetta alle amministrazioni comunali, le quali dovrebbero finalmente approntare le giuste procedure di accreditamento degli Enti interessati presso i loro uffici. I beneficiari di tali servizi dovrebbero essere liberi di scegliere a quale gestore affidare le proprie cure, basandosi sull’esperienza e la professionalità che ognuno di questi può mettere in campo».

In sintesi, cosa chiedete all’Amministrazione regionale?

«In termini concreti ci appelliamo alle Istituzioni regionali affinché la smettano di ignorare gli operatori del settore quando si tratta di mettere mano all’impalcatura di un sistema integrato di servizi, quali sono quelli sociosanitari, che si poggia sull’esperienza di tanti operatori che certamente ne conoscono più da vicino le criticità di funzionamento. Si cade sempre nello stesso errore: solo pochi mesi fa abbiamo scritto all’Amministrazione regionale per dare voce agli associati di AGCI Sicilia che operano nell’ambito dei servizi sociosanitari rivolti ai minori, che allora protestavano contro il discusso e controverso D.P. n. 513. Già allora avevamo chiesto di poter essere coinvolti a monte nei processi decisionali, per evitare, come poi accadde, di perdere tempo a segnalare eventuali ambiguità legislative che avrebbero richiesto correzioni».

Sulla scorta di quella esperienza, l’Amministrazione regionale avrebbe fatto meglio ad invitarvi all’elaborazione del Piano?

«Assolutamente si. Alcuni servizi non possono e non devono essere rimaneggiati con il solo fine del contenimento della spesa: nell’ambito sanitario e dei servizi alla persona contano certamente molto di più fattori come l’utilità sociale e la qualità dell’offerta. All’interno di ogni famiglia il buon senso suggerisce di contenere le spese non essenziali, ma non quelle per beni primari come gli alimenti e le cure mediche. In questo caso parlerei di servizi efficienti e occupazione. Visto poi che, in taluni ambiti cosiddetti specialistici, le Istituzioni ricorrono spesso a consulenze esterne lautamente remunerate, non vedo per quale ragione le cooperative sociali, i lavoratori e le famiglie dei beneficiari di questi servizi non possano essere ascoltati quando, in nome dell’interesse generale, si rendano disponibili a dare gratuitamente il loro contributo attraverso le proprie associazioni di rappresentanza».

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